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Aspettando il condono, contro le disparità

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È una delle più note rappresentazioni teatrali del ‘900. Due protagonisti sulla scena che non fanno nulla, due vagabondi che parlano del più e del meno sul ciglio di una strada di campagna aspettando il sig. Godot del quale non si sa nulla e che non arriverà mai.

 

Ad un certo punto compare Pozzo, proprietario del terreno, con il suo fedele servo Lucky trascinato con una catena e quando i due gli chiedono perché Lucky si chiama così risponde: “Suppongo perché è fortunato a non avere più aspettative.” L’opera ovviamente è aspettando Godot, l’autore Samuel Beckett.

 

Ora mi domando quali siano oggi le aspettative di quella parte d’Italia che produce e che non è così fortunata come Lucky. E allora ecco che mi risuona in testa una bella parola: con-dono. Concedere un dono, omaggiare. Se si aggiunge al nome l’aggettivo tributario l’idea acquista respiro fino a svelare, per milioni di contribuenti, uno scenario salvifico.

 

Perché mai però una parola cosi bella che ha a che fare con la clemenza e con la fede viene così spesso vilipesa? In molti ritengono, erroneamente che l’affermazione dei principi di legalità, di uguaglianza e di capacità contributiva sia incompatibile con la pratica dei condoni.

 

Essa costituisce, secondo tale orientamento, una grave violazione della Costituzione giacché una parte di cittadini rimane assoggettata al regime ordinario mentre un’altra riesce a godere di quello agevolato. Restano così puniti coloro che hanno fatto il proprio dovere ma soprattutto coloro, come i lavoratori dipendenti, che non hanno avuto la possibilità di scegliere tra il rispetto delle regole e la mancata collaborazione con il Fisco.

 

Ragioni evidentemente fallaci sbandierate come un vessillo totemico a presidio del nulla. A ribadirlo è proprio la giurisprudenza della Corte Costituzionale che difende lo scopo dei condoni, laddove assicurino maggior gettito rispetto all’evasione, giungendo a negare l’effetto discriminatorio se la funzione coincide con esigenze di politica economica. Eppure dotti giuristi di estrazione social-comunista vorrebbero addirittura espungere il condono dagli strumenti di politica fiscale.

 

La verità è che sia proprio questo il momento di azioni idonee a sostenere milioni di aziende e di contribuenti, misure di equità necessarie a colmare la disuguaglianza tra il popolo dei garantiti e il mondo delle partite Iva.

 

Quel mondo che da decenni sopravvive in un ambiente aleatorio e fatiscente che scoraggia il lavoro e gli investimenti. Un mondo fatto di pressione fiscale logorante, burocrazia e giustizia inadeguate, sistema creditizio ostile. Cose note ma da ricordare.

 

Secondo un rapporto della Banca Mondiale aprire un’impresa in Italia è più difficile che altrove in un ambito nel quale il nostro Paese si posiziona dopo lo Zambia.

 

E fare impresa è ancora più scoraggiante.

 

Purtroppo in assenza di una visione strategica in grado di favorire lo sviluppo economico lo Stato si rende responsabile di danni insanabili lungo la traiettoria di una crescente asimmetria tra istituzioni e contribuenti.

 

Le istituzioni da parte loro, presa coscienza dei danni provocati dalla sciagurata serie dei Dpcm, cercano rimedi temendo il peggio. Così giungono attesi i messaggi istituzionali che invitano alla coesione sociale in un contesto lacerato, con gli ammortizzatori sociali insufficienti, la crisi di liquidità, il crollo dei consumi e le scadenze tributarie perentorie. Quale coesione possibile tra la parte garantita e quella destinata all’oblio? L’impatto della crisi pandemica sarà devastante e si prevede che nel 2020 chiuderanno il 20% delle piccole e medie imprese con una perdita stimata di un milione di posti di lavoro. Così mentre in natura il vuoto è per assurdo uno spazio pieno e non esiste, in economia resta denso e tangibile. Conoscenze, esperienze, storie perdute di azienda cancellate dal Covid e dall’ingiustizia.

 

La gravità di questo drammatico momento storico offre dunque la possibilità di una riflessione che travalichi la soglia delle barriere ideologiche e induca al confronto con la verità. Perché dentro la crisi c’è tutto quello che serve per uscirne.

 

Poche righe, scritte bene che liberino le imprese dalle zavorre e riducano pressione fiscale e debiti tributari pregressi. Difficile vederci il male a meno che si voglia tutti ricercare la felicità della fortuna di Lucky.

 

Vorrà dire che continueremo ad aspettare amaramente Godot nel trionfo concitato dell’assurdo.

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