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Digital Draghi, tutti i dossier aperti

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mario draghi

Le posizioni di Mario Draghi su innovazione e trasformazione digitale. Di Lorenzo Principali, senior research fellow Istituto per la Competitività, I-Com.

In questi ultimi giorni, in molti siamo andati a scandagliare le precedenti dichiarazioni di Mario Draghi alla ricerca di possibili elementi per farci un’idea delle sue posizioni in materia di innovazione e trasformazione digitale, cui verranno destinati oltre 40 miliardi del Piano nazionale di riprese e resilienza.

Non è un frequentatore dei social network ma questo, considerato lo standing del personaggio, a mio avviso è indice del modo sobrio di comunicare, piuttosto che del livello di attenzione all’innovazione.

E non parrebbe un tecno-entusiasta, ovvero non sembra annoverabile tra chi vede il digitale come panacea per tutti i mali, come in effetti non è. Da presidente della Bce, nel 2017 indicava sia i vantaggi della digitalizzazione (accelerazione dei processi, riduzione dei costi e maggiore efficienza) sia le sfide, ricordando che “essa può comportare rischi che devono essere affrontati”. Un approccio pragmatico che sembra quantomai adattarsi a un Paese con una età media tra le più elevate al mondo e il tasso di alfabetizzazione digitale più basso d’Europa (dati DESI).

Di seguito abbiamo stilato una lista dei principali dossier aperti in ambito digitale, incluse le sfide che si troverà di fronte e le posizioni (o meglio gli equilibri) che dovrà ricercare per trovare la quadra e farci compiere l’agognato salto di qualità.

Piano Bul e Rete Unica

Oltre che imprescindibile, è una delle partite più delicate. Molteplici indicatori mostrano da anni l’importanza di una rete capillare ad alta velocità per cittadini, imprese e pubblica amministrazione. La pandemia, in questo caso, ha agito da detonatore, confermando che le maggiori trasformazioni sono precedute da profonde crisi.

A livello di reti Ict, negli ultimi anni l’Italia sta recuperando il gap, in particolare su due versanti: nelle aree bianche (a fallimento di mercato) grazie al Piano Bul, che vede Open Fiber, seppur in ritardo sulla tabella di marcia (per via di molteplici ragioni, in gran parte burocratiche), impegnato nella cablatura dei comuni scoperti (al momento sono stati aperti oltre 5300 cantieri, di cui oltre 1700 completati) e nelle aree “nere”, ovvero città e metropoli, dove la concorrenza infrastrutturale sta favorendo la cablatura. Resta il nodo delle aree grigie, nelle quali risiede gran parte delle imprese, e che secondo le attuali proiezioni verrebbe coperto solo nel 17% dei civici fino al 2022.

Il quadro è complicato dal dossier rete unica: lo scorso anno Tim ha scorporato la propria rete secondaria (dall’armadio di strada alle sedi degli utenti), sia in rame che in fibra, affidandola alla newco Fibercop, mentre le trattative tra Enel, titolare del 50% di Open Fiber, e il fondo australiano Macquarie, sono state prolungate fino al 25 febbraio, con Cdp che potrebbe rilevarne una parte per diventare l’azionista di maggioranza di OF (al momento detiene l’altro 50%).

A tal proposito, nelle precedenti versioni del PNRR c’era un riferimento abbastanza chiaro al supporto della rete unica da parte del governo uscente. Occorre capire come si posizionerà quello nascente, anche alla luce di una serie di nodi aperti: l’istruttoria dell’Antitrust, l’interrogazione presentata al Parlamento europeo sull’assetto della futura società (che, pur rimanendo a maggioranza privata, dovrebbe inglobare anche OF, operatore wholesale puro con in pancia i contratti per i bandi pubblici) e le prossime verifiche di Bruxelles. Proprio il profilo europeo dell’operazione merita la massima attenzione da parte di Draghi, che avrà l’onere di anticipare i tempi e agire al più presto sugli stanziamenti (e/o sugli eventuali correttivi) da prevedere nella revisione del PNRR.

5G e cybersecurity

L’Italia era partita molto bene con le prime sperimentazioni (5 città in 5G) e la tempestiva assegnazione delle frequenze, tuttavia l’infrastrutturazione di reti 5G ha subìto una serie di rallentamenti per via della crisi pandemica e dell’ondata di fake news che hanno scatenato l’opposizione di numerose amministrazioni locali (poi limitata dal Dl Semplificazioni). Occorrerebbe qui una campagna di sensibilizzazione per porre fine agli ingiustificati timori di stampo para-luddista e uno snellimento della burocrazia che tutt’ora rallenta la diffusione delle antenne.

Più complesso il discorso relativo alla cybersecurity e all’accesso di operatori extra-europei in qualità di fornitori di apparecchiature. Qui Draghi si troverà di fronte un complicato scacchiere in cui la compatibilità tra le nuove apparecchiature 5G e le attuali reti 4G è una caratteristica importante (e Huawei ne è stato il principale fornitore), i competitor si contano sulle dita di una mano (2 dei 5 maggiori player sono cinesi) e gli Stati Uniti stanno cercando di limitare l’influenza della Repubblica Popolare per recuperare il gap tecnologico accumulato, mentre l’Europa sta andando in ordine sparso (il Regno Unito ha chiuso ai cinesi, in Germania i conservatori premono per un ban ma la rete di Deutsche Telekom è costituita in gran parte da apparecchiature Huawei).

Per l’Italia appare quindi opportuno accelerare e semplificare la normativa prevista per il perimetro di sicurezza cibernetica, in modo da garantire gli investimenti già effettuati e favorire quelli ancora da effettuare, e soprattutto cercare una posizione unitaria a livello europeo su Huawei, Cina e Usa. In questo, il background di Draghi può essere fondamentale, sempre tenendo presente i suoi molteplici richiami al multilateralismo.

 

Cloud e digital transformation per PA e imprese

In ambito europeo, negli ultimi anni ha preso corpo il dibattito sulla sovranità digitale e sull’opportunità di ridurre la dipendenza dalle tecnologie fornite dagli maggiori operatori mondiali (americani e cinesi su tutti). In particolare, tedeschi e francesi sembrano non vedere di buon occhio lo spostamento dei dati delle proprie imprese e pubbliche amministrazioni nei servizi cloud di operatori extra-europei. A tal fine hanno lanciato Gaia-X, un’iniziativa di cloud federato che punta a creare un level playing field per garantire i dati europei sia internamente, sia se veicolati da servizi extra-europei, i quali dovranno rispettare normative e valori del Vecchio Continente.

A livello italiano appare dirimente rafforzare la nostra posizione nel solco di Gaia-X, garantendo nel contempo l’accesso alle migliori tecnologie europee ed extra-europee, al fine di aumentare il tasso di innovatività, competitività e sicurezza delle infrastrutture e dei servizi su cui poggiare la nostra PA e le nostre imprese.

In questo quadro, occorre anche dettagliare il programma Transizione 4.0 per lo stimolo all’adozione di nuove tecnologie e processi produttivi, già previsto nel PNRR. Draghi, che nel 2017 aveva attribuito alla “mancanza di diffusione dell’innovazione” e “adozione dell’ICT” il ritardo delle imprese europee rispetto a quelle americane, sembrerebbe avere le idee piuttosto chiare in proposito.

 

Stimolo alla domanda e competenze

Per quanto concerne lo stimolo alla domanda di servizi digitali, un primo, importante, passo è stato fatto con l’approvazione del piano voucher, finalizzato a promuovere l’adozione di connettività per le famiglie e (nella seconda fase) le imprese.

Ma il cuore di tutto passa necessariamente dal rilancio delle competenze, tema centrale anche per Draghi e sottolineato nel discorso tenuto l’estate scorsa al Meeting di Rimini: investimenti nel capitale umano, nella ricerca e in particolare sui giovani. Attualmente, siamo ultimi per competenze digitali, sia di base, sia avanzate, cioè di livello universitario o specializzato. Abbiamo bisogno di incrementare sensibilmente i nostri laureati in discipline STEM (o STEAM, in cui la A sta per “Arts”, poiché il cittadino/lavoratore del futuro ha bisogno di nozioni sia scientifiche che umanistiche), diffondere l’alfabetizzazione digitale presso i dipendenti pubblici e le fasce di popolazione più resistenti al cambiamento e attuare un vero switch-over verso la PA digitale, nel contempo tutelando e accompagnando i più fragili.

Inoltre, abbiamo bisogno di un’intensa attività di upskilling e reskilling digitale per lavoratori e manager, in particolare nelle piccole e medie imprese. Senza dimenticare la necessità di politiche atte ad aumentare incidenza e set di competenze della popolazione femminile in ambito lavorativo, grazie ad appositi programmi di supporto agli studi, inclusione professionale e tutela sociale.

In conclusione, il combinato disposto tra crisi e Recovery Fund ci mette di fronte ad un’occasione forse irripetibile di realizzare l’ambito salto verso una piena digitalizzazione della società per cittadini, imprese e PA. Un’occasione che, allo stesso tempo, non possiamo permetterci di fallire. Se a guidare questa transizione ci sarà l’uomo che ha chiuso il suo ultimo discorso pubblico con la frase “il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro”, le speranze di farcela, questa volta, potrebbero essere dalla nostra parte.

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