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Bristol

Governo Draghi, l’opportunità della politica

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Mario draghi con mascherina contro Covid

NATO DALL’IMPOSSIBILITÀ delle forze politiche di accordarsi per bene per realizzare in concreto una stabile maggioranza politica, che fosse adeguata per combattere, innanzitutto, le tre gravi emergenze – quella sanitaria, sociale ed economica – che abbiamo di fronte, la nascita del governo Draghi è anche però una grande opportunità, innanzitutto per la politica, per ritrovare se stessa. E fare le riforme che servono per stabilizzare il futuro del Paese.

INFATTI, MENTRE DRAGHI, come fu allora per Alcide De Gasperi, è chiamato a porre le basi per la ricostruzione dell’Italia, le forze politiche, a maggior ragione se di sponde opposte, sono chiamate a stabilizzare il futuro del Paese con riforme ulteriori a quelle programmatiche, progettando un Paese che, nel dare a noi strumenti istituzionali propri di una democrazia matura, confermi la legittimazione della loro funzione costituzionale: che non può essere tale, infatti, solo perché scritta in Costituzione, ma che, invece, deve essere da loro confermata, con consapevole responsabilità, proprio in casi come questi.

Non bisogna cadere, tuttavia, nella tentazione di un ‘vaste programme’. Il tema delle riforme, infatti, va affrontato con sano realismo, stabilendo delle priorità in agenda, innanzitutto a partire da quelle conseguenti alla riduzione del numero dei parlamentari, approvata con referendum costituzionale nel settembre del 2020.

In merito, vi è quello che almeno in parte è stato già varato in Parlamento: le riforme dei regolamenti parlamentari per far funzionare meglio innanzitutto il Senato e rafforzare le forme congiunte di riunione, come, ad esempio, l’introduzione della seduta comune per il voto di fiducia, superando il barocchismo di due pressoché identici discorsi di fiducia; poi, l’elettorato attivo per i diciottenni, che ha il vantaggio di ridurre i rischi di due maggioranze distinte tra Camera e Senato; la riforma dell’art. 57 della Costituzione, con l’introduzione di circoscrizioni pluriregionali per il Senato e, onde evitare alterazioni negli equilibri, la simmetrica riduzione, conseguente al referendum, del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica. A queste riforme, ne vanno tuttavia aggiunte delle altre, dando così un senso ri-costituente ad una legislatura che aveva smarrito proprio quel necessario “spirito repubblicano”, non a caso invocato da Draghi. Nei due anni di legislatura ancora a disposizione, si dovrebbero affrontare pure i nodi di un rapporto Stato-Regioni, espresso in un Titolo V confuso e poco coerente con la natura del nostro Paese (e che tanto abbiamo pagato sotto questa pandemia), così come almeno quelle riforme istituzionali all’altezza di una democrazia matura, come, ad esempio, l’introduzione della sfiducia costruttiva.

Ve ne sarebbero, certamente, altre che meriterebbero, soprattutto perché aprirebbero il nostro ordinamento costituzionale a quei semi di modernità emersi da più parti quali, in particolare, una valorizzazione della tutela dell’ambiente così come quella del diritto di un accesso a internet da inserire nell’ambito degli stessi diritti costituzionali. Se si vuole, insomma, da fare non manca. Sulla legge elettorale, infine. La nascita del governo Draghi, da un lato, ne stempera l’urgenza, dall’altro, ne muta il segno, posto che, superando quella logica da conventio ad excludendum delle forze anti-europeiste che aveva spinto taluni a proporre un chiaro e forte ritorno a un sistema proporzionale con le preferenze stile prima fase repubblicana, l’ampia maggioranza Draghi oggi consente il ritorno ad un migliore schema bipolare, da democrazia decidente, potendo ricondurre il nostro ordinamento sulla strada di Roberto Ruffilli, ossia quella del cittadino arbitro della scelta dei governi. Superando così la retorica degli ideologismi di maniera, le forze politiche, pur nelle differenze, prenderebbero definitivamente atto che costruire in trasparenza coalizioni pre-elettorali è più maturo democraticamente nonché meno complesso politicamente che costruire invece – con scambi, ambiguità e trasformismo – accordi di governo post-elettorali. E poi, anche avere una sola parola con i cittadini, in fondo, è un segnale di fiducia e di cambiamento che può dar loro forza nuova: quella mancata in questi anni confusi e incerti.

 

La versione originale di questo articolo, a firma di Francesco Clementi, è disponibile sul numero di Fortune Italia di marzo 2021.

 

*Francesco Clementi è professore di diritto pubblico comparato dell’Università degli studi di Perugia

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