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Dai patrimoni al merito, un patto intergenerazionale

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Una dichiarazione, quasi incidentale, di Enrico Letta di qualche giorno fa ha portato alla ribalta la necessità di ripensare i meccanismi di tassazione alle successioni dei grandi patrimoni. L’idea di Letta è che questo prelievo possa servire per supportare un fondo in favore dei giovani meno abbienti.

La proposta ha suscitato un dibattito molto ampio. Andato probabilmente anche oltre rispetto ai desiderata di chi l’aveva lanciato.

Il tema è di particolare interesse perché ha messo in collegamento due diverse attenzioni e sensibilità. Mai finora peraltro messe in connessione diretta. Da una parte si è ribadita la fortissima attenzione ad un sistema di tassazione più equo e che non veda una esclusione dei grandi patrimoni e delle grandi rendite.

Dall’altra si è posto l’accento su un tema più trasversale: il supporto che ci si aspetta dallo Stato per la riparazione di quell’ascensore sociale che sembra essersi fermato al Ground Zero per le giovani generazioni.

Il tema è assolutamente centrale. Scelte politiche recenti hanno infatti tutte privilegiato in qualche modo situazioni di emergenza o di sostegno al reddito.

Sono stati interventi diretti a chi il lavoro già lo aveva o era in qualche modo marginalizzato rispetto ad un lavoro stabile in qualche modo irraggiungibile. Insomma: Cassa integrazione ordinaria o straordinaria anche legata alla pandemia, il reddito di cittadinanza, la creazione dei navigator. Tutti modelli che hanno come unico fattore comune un sostegno indifferenziato senza nessuna valorizzazione del merito e della competenza.

Ragionare dunque rispetto alla necessità della soddisfazione dei bisogni primari è certamente un obiettivo imprescindibile. Soprattutto in un momento così complicato quale quello che stiamo vivendo.

Ma il vero problema con il quale dobbiamo fare i conti e che oggi non c’è più quella opportunità di sviluppo delle competenze e delle capacità che hanno avuto le generazioni del passato.

Questo perché, fino a questo momento, il diritto di accesso al lavoro dei giovani è rimasto confinato in una dimensione sociale compressa in cui le ristrettezze economico finanziarie la fanno da padrone ed impediscono un effettivo sviluppo sociale.

In questo senso l’idea del segretario PD coglie un punto centrale. Quello di andare a stimolare la costituzione di una provvista per smuovere questa situazione anchilosata.

Quindi non è così importante la fonte di finanziamento dell’iniziativa, quanto piuttosto l’iniziativa stessa. Che dovrà ovviamente prevedere che ci possa essere una compartecipazione di chi può a questa scelta di sviluppo sociale a vantaggio delle generazioni che si affacciano ora nel mondo del lavoro.

In realtà quella che potrebbe essere un’imposizione dovrebbe diventare una modalità di destinazione di fondi anche su base volontaria e, auspicabilmente, agevolata fiscalmente per chi devolve volontariamente parte della propria ricchezza per supportare questo sviluppo di opportunità.

Lo strumento del prestito d’onore è già presente nel nostro ordinamento. Ovviamente meno sviluppato di quello che accade in altri paesi dove i ragazzi spesso si indebitano in anticipo per poter studiare. È altresì vero che in quei contesti la capacità di far fruttare quell’investimento trova meno barriere all’ingresso.

Ad esempio il disegno di legge “Disposizioni in materia di agevolazioni a favore degli studenti universitari e delle imprese” presentato al Senato lo scorso anno dalla senatrice Binetti ed altri va proprio in questa direzione e propone, come si legge nella relazione illustrativa, di dare vita ad ”una organizzazione pubblico-privata sul modello di quella inglese, ‘Student loans Company’, che eroga prestiti agli studenti che non hanno sufficienti disponibilità economiche per poter frequentare, anche lontani da casa, corsi universitari”

La ripartenza della nostra economia e una visione di sviluppo che tenga da conto le prospettive delle nuove generazioni si realizza esattamente in questo modo.

Attraverso la costruzione di un modello di sostegno alla competenza passa la vera innovazione culturale e sociale. L’obiettivo che va perseguito è quello della realizzazione di un modello in cui risorse economiche più ampie possibili e che derivino da attività reddituali connesse da un lato a rendite cosiddette di posizione e dall’altro da scelte lodevoli di devoluzione allo sviluppo, vengano destinate in modo specifico.

Lo strumento dovrà poi essere specifico: non certo una mera destinazione di risorse nel bilancio dello stato ma piuttosto un veicolo, ad esempio una fondazione strettamente connessa all’istruzione di natura pubblica, in grado di determinare scelte e valutare concretamente il merito di chi accede a queste risorse, che non saranno illimitate, al fine di fornire il massimo supporto a chi lo merita sulla base delle capacità e potenzialità.

 

*Riccardo Capecchi, Strategic advisor con lunga esperienza come manager e advisor di aziende ed enti pubblici

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