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G7 e OTT, nella jungla del web

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La decisione al G7 dei ministri economici del 5 giugno a Londra, sulla tassazione dei giganti del web rappresenta un punto di mediazione di natura politica. Un accordo necessario volto a creare una non più eludibile convergenza tra poteri e potenze contrapposte nei paesi a maggior sviluppo industriale del mondo.

La tassazione in capo agli over the top (OTT) nei paesi dove operano è stata scelta importante ma comunque ancillare rispetto alla vera questione che si è così affrontata. Quella di giungere, finalmente, ad un confronto tra gli Stati Nazione e gli Stati Immateriali del regno della rete. Questi ultimi hanno costituito ormai una propria sovranità di natura invisibile e transnazionale di Internet. Ma questa assenza di dimensione fisica non li rende meno potenti ed influenti dei grandi imperi della storia antica. Regni dove, davvero, non tramonta mai il sole.

Il fatto che, per trovare una soluzione ad un problema che avrebbe dovuto essere di natura fiscale, sia dovuta arrivare una decisione politica di un soggetto associativo intergovernativo mondiale, la dice lunga su di un fenomeno che, evidentemente, non era affrontabile in sede tecnica.

Il comunicato dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali evidenzia la volontà di affrontare, in coordinamento con il G20/OCSE, le sfide fiscali derivanti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione dell’economia e per adottare una tassa omogenea minima globale. L’impegno che viene assunto è quello di raggiungere una soluzione equa sull’assegnazione dei diritti di tassazione,

Nel merito la decisione assunta dal G7 è quella di aggredire i super profitti delle grandi multinazionali. Ovvero consentire a ciascun stato di poter procedere alla tassazione su almeno il 20% del profitto che supera un margine del 10% per le imprese multinazionali più grandi e redditizie.

C’è dunque un impegno al coordinamento delle azioni per giungere ad una tassa minima globale di almeno il 15% paese per paese. Questo accordo ha però un corollario. Per poter applicare questa tassazione si dovrà infatti procedere alla rimozione di tutte le tasse sui servizi digitali, e altre misure simili, su tutte le società. In pratica la mediazione raggiunta è quella che la regola è comune ma perchè la si applichi, si devono superare le iniziative dei singoli stati sin qui definite. Un accordo politico transattivo in piena regola tra poteri sovrani.

Questa è la linea tracciata. È dunque probabile che, a questo punto, si giunga ad accordo ancora più ampio alla riunione di luglio dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20 con il quale suggellare la decisione presa in UK il 5 giugno.

Una decisione di portata storica. Chi ha vissuto l’epoca buia del terrorismo del secolo scorso non può non ricordare le farneticanti definizioni che chi cercava di distruggere le Istituzioni e le accusava di essere parte dello “Stato imperialista delle multinazionali”. O, non volendo fare confronti con esperienze così tragiche, basta ricordare, con leggerezza cinematografica, le mortali battaglie galattiche di Star Wars. Metafore in linea con la suggestione: la potenza oscura dell’impero a cui si oppongono eroici resistenti che rischiano di essere sopraffatti.

Il paradosso della vicenda della web tax è che, forse, i buoni sono proprio gli Stati sovrani. Mentre quelli cattivelli sembrano essere i grandi innovatori, inventori di quella tecnologia che tanto benessere ha portato nelle nostra vite di oggi.

Ma è davvero possibile un giudizio così netto? Alzi la mano chi non ha mai utilizzato i servizi di Google, Amazon, Netflix, Facebook. Ovviamente nessuno potrebbe dire di non averlo fatto. Parliamo di servizi indispensabili e consustanziali alla nostra vita quotidiana.

In buona sostanza si conferma il fatto che lo stato regolatore, da che mondo è mondo, si trova sempre ad inseguire l’innovatore. Ma non lo fa perché chi innova fa delle cose brutte o sbagliate. Semplicemente serve tempo per dare regole a cose che prima non esistevano. Questo accade ogni volta che qualcuno cambia il paradigma e lo status quo. In questa gara continua, stile leone e gazzella nella savana, non conta chi vince. Ciò che è importante è la corsa.

Le grandi ricchezze che nascono da grandi idee portano benessere e, ovviamente non sono mai fonte di ingiustizia. Possono però diventarlo quando il sistema pubblico diventa incapace di dialogare con soggetti che, per dimensione e modalità di azione, diventano delle vere e proprie potenze sovranazionali.

Si tratta dunque di porre entrambi gli attori a livelli di scala omogenei e comparabili. G7 e G20 sono esattamente questo. Un punto di equilibrio forse si sta trovando. poi devono venire le regole comuni. ricordando che certo gli stati-leone hanno molta fame. ma le gazzelle-internet sono molto, molto veloci. Che la gara cominci!

*Riccardo Capecchi, Strategic advisor con lunga esperienza come manager e advisor di aziende ed enti pubblici

 

 

 

 

 

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