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Il business non è nemico della ricerca

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“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Lo dice la Costituzione all’art.33. E questo è un assoluto principio di libertà e di tutela per chi opera in campi che possono contribuire allo sviluppo del sapere. Ovviamente questa definizione costituzionale deve essere declinata in relazione al proprio tempo e alle necessità organizzative di uno stato.

Qualche giorno fa tre studentesse della forse più nota e riconosciuta scuola superiore universitaria italiana, quale è la Normale di Pisa, hanno lanciato un forte “j’accuse” all’integrità del sistema della ricerca italiana. Con una volontà di “fare l’analisi del reale” e l’obiettivo di raccogliere “le contraddizioni di una esperienza”.

Nelle orecchie di chi, anche solo di sfuggita o per lettura dai libri di allora, si è trovato a vivere la coda delle contestazioni degli anni 60 e 70 è stato come vedere un film d’epoca.

La contestazione dell’intervento, presentato in sede di conferimento del diploma, ha destato scalpore. La tesi è stata quella di “una università trasformata in azienda. In cui la ricerca segue la logica del profitto”. E ancora l’accusa all’università di procedere nella logica di “una produzione standardizzata, con una precarizzazione sistemica e lo sviluppo del divario sociale”.

Non siamo qui a fare ironia rispetto a una riflessione molto profonda e dettagliata fatta da tre studentesse di una scuola di eccellenza italiana. Quello che è interessante è capire perché ci possa essere nel 2021 una presa di posizione simile. Ovvero come e perché vi sia il bisogno di immaginare l’università come un “safe harbour” dove le menti più brillanti possano trovare garanzia di studio e ricerca in assoluta libertà.

Il tema è ovviamente e principalmente economico. Giusto qualche settimana fa, in sede di assemblea CRUI la ministra Maria Cristina Messa affermava che “garantire continuità di risorse anche al settore della ricerca, oltre alle certezze nei percorsi di carriera, è obiettivo fondamentale”.

La Ministra in quella sede ha affermato esattamente il contrario di quanto contestato dalle tre normaliste. Ovvero, la volonta di “fare in modo che ci sia davvero una virtuosa circolazione di saperi, una vera competizione e che la ricerca, qualunque essa sia e valutata con gli standard internazionali, si interfacci con il mondo esterno, dai cittadini agli enti locali all’industriali”.

E non è questione di semplici parole. Ma di risorse disponibili. La Ministra Messa aveva ricordato come “integrando i fondi nazionali con quelli del PNRR struttureremo i PRIN-Progetti di Rilevante Interesse Nazionale con una dotazione annuale di circa 500 milioni, per bandi di ricerca per giovani ricercatori aggiungiamo 600 milioni del Recovery ai 200 dei fondi strutturali, per sostenere programmi di ricerca e innovazione realizzati da partenariati allargati a Università, centri di ricerca e imprese, possiamo contare su oltre 1,6 miliardi. Per i dottorati, con gli investimenti del Recovery e del REACT-EU, destiniamo 1,51 miliardi di euro in aggiunta agli esistenti, una dotazione che potrebbe ulteriormente essere implementata grazie ai co-finanziamenti da parte di privati che potranno decidere di investire sulla formazione di dottorati.

Insomma, risorse per far cooperare l’università con il mondo dello sviluppo. E poi ci ritroviamo dei talenti come le diplomate della scuola Normale che mettono in discussione tematiche che erano più confacenti al cosiddetto “dibattito politicosessantottino piuttosto che a brillanti studiose destinate ragionevolmente ad un radioso futuro professionale.

E’ una strada possibile. Forse addirittura legittima. Ma cela al suo interno una visione che ritengo, consentitemi in modo semplificato, distorta, Essa è infatti tutta centrata sulla primazia della libertà intellettuale rispetto alla quale lo Stato deve assolutamente garantire strumenti e mezzi. Dove sta la bolla? L’ottimismo della volontà ci impone di pensare ad una autentica passione giovanile che porta, sempre e comunque, una voglia di cambiare e contestare il mainstream che è un valore di per se.

Ma poi c’è il pessimismo della ragione. Ovvero che vi sia, anche per le nostre menti più brillanti e talentuose il timore di affrontare il mare aperto dell’incertezza, del bisogno del posto fisso (ovviamente di rispetto e rilievo accademico).

Quello che stupisce, ed obbliga alla riflessione, è come possa determinarsi una visione di questo tipo ovvero quella di un sistema universitario che sia davvero coerente rispetto allo sviluppo di un processo intellettuale che resta in qualche modo distaccato dalla realtà dei fatti e del mondo che lo circonda.

Non possiamo non dimenticare come le più importanti Business School di qualche rilevanza internazionale prendono non più del 10-15% (a volta il 20) dei fondi dal pubblico. Il resto sono contributi alla ricerca vinti con bando, commesse delle imprese, executive Education, rette degli studenti, fondi degli Alumni ecc e qui il meccanismo è semplice: vai dove pensi di avere la qualità migliore al prezzo che sei disposto a pagare (per gli studenti le grandi scuole hanno tanti di quei meccanismi di finanziamento che neanche quello é spesso un problema).

I temi sono chiari: investimenti in ricerca; rapporto con le imprese; diritto alla ricerca; sviluppo brevetti. Pensiamo ad esempio alla pandemia: economia e scienza sono andati a braccetto. E i vaccini realizzati in un amen non sono solo il risultato della libera ricerca ma di una risposta necessaria ad un bisogno di mercato. Quello della salute e della sopravvivenza.

E in fondo era successo lo stesso con il progetto Manhattan negli anni ‘40. In quel caso come necessità di sopravvivenza dal nazismo. Insomma non è mai tutto bianco o nero.

Ma per fortuna o scelta, i 15 minuti delle tre di Pisa diplomande si concludono con una vista di concretezza e prospettiva. Promuovere l’eccellenza della selezione ma anche la qualità della formazione. Dare peso alla valutazione a 360 gradi (chi giudica è giudicato dai suoi pari ma anche dai suoi studenti). Questi sono valori riconoscibili e positivi. In una volontà di incoraggiare il lavoro cooperativo. E, se ci si crede, funziona, tanto nell’università che nell’impresa.

Insomma la conclusione dell’intervento da che attaccava l’università neoliberale sembra infine virare verso un sistema complesso improntato allo sviluppo di una visione di liberismo sociale. Forse la mia interpretazione è un bias ma questa è anche la scommessa su cui ingaggiare questi super cervelli critici ma speriamo non in fuga.

Si nasce infatti incendiari e si finisce pompieri. Per questo, l’auspicio è che VVV (Virginia, Valeria e Virginia) diventino prima di subito delle pontiere verso un futuro di università e imprese che rendano il nostro paese migliore. Sarebbe la miglior risposta al tanto all’art.33 ma soprattutto all’art.1 della nostra Costituzione.

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