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In vacanza da giornalista terrorista

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“E tu che lavoro fai?” Il giornalista. Segue espressione che varia tra lo stupito, il sarcastico e il compassionevole. La discussione prosegue parlando del tempo, di un’estate che non è più quella di una volta. Poi, quasi per forza di inerzia, arrivano anche altre domande. “Il giornalista? E di cosa di occupi?” Prevalentemente di economia.

Il livello di confidenza è appena superiore a quello sviluppato in 30 secondi di precedente conversazione, e il tono cambia. “Bravi, proprio un bel lavoro state facendo…”. Mentre ti prepari a spiegare quello che fai con un minimo di cognizione arriva la prima, generosa, concessione di armistizio. “Vabbè, mi sembri comunque una persona perbene”. È l’occasione offerta per chiuderla subito e tornare a parlare del mare e del vento, del sole che quest’anno è sempre un po’ velato.

Qualcun altro, invece, non riesce a fare quel passo. Anche se cerca di conservare un atteggiamento educato. “Non capisco a cosa servite ancora…”. La questione si fa più complicata. Dovresti organizzare una difesa articolata della categoria, fare qualche distinzione, ma spiegare che resta un mestiere fondamentale. La libertà, la democrazia, l’opinione pubblica, quelle cose lì. Quando ti decidi a farlo, arriva l’affondo decisivo di quello che mette l’educazione da parte, se mai c’è stata. “Vi dovrebbero cancellare, dovreste sparire”. Con tono fermo ma senza eccessiva cattiveria, come se stesse dicendo una cosa ovvia, risaputa e unanimemente condivisa.

Quando ti aspetti che si sta arrivando dritti al giornalista terrorista, speri ancora che te la possa cavare chiudendo la questione con una di quelle formule inutili che servono a fare zero a zero. Tipo, per fortuna non tutti la pensano così. Alla fine, però, arriva quello che, senza educazione e con appassionata convinzione, sentenzia: “È tutta colpa vostra, siete servi della dittatura sanitaria”. Sapevi che sarebbe successo, ma speravi che non ci fosse ancora la confidenza necessaria. Quando si arriva lì, però, non si torna indietro. Servi di chi? Quale dittatura sanitaria? Gli slogan si infittiscono, l’enfasi cresce, il tono si alza e piovono perle di retorica no vax. “Vi pagano per spingere i vaccini e per difendere il green pass”. Non detto esattamente così ma il senso è quello. Organizzi un pensiero di senso compiuto e rapidamente fai osservare che è inutile continuare a parlarne. Ma non basta. “Fai il giornalista e non leggi i giornali? Sono pieni di cazzate”.

A questo punto, interviene quello che, nel gruppo, ostenta una confidenza cementata da almeno tre o quattro precedenti conversazioni. “Dai, avete punti di vista diversi ma possiamo parlare di altro”. Il giornalista terrorista ha due opzioni. Tornare a chiedere che tempo fa domani oppure impegnarsi in una estenuante e inutile discussione che finirà sicuramente male. Secondo me, anche domani ci sarà vento da Sud. Seguono teorie sbilenche anche sul piano meteorologico.

Prima di lasciare la conversazione, però, il giornalista terrorista torna a fare il suo mestiere. Tre dei quattro interlocutori occasionali dichiarano la propria professione e ostentano un rapporto privilegiato con le fatture e con il fisco. Uno fa il commerciante, l’altro il broker assicurativo, il terzo è il commercialista di tutti e due. Il quarto, il mediatore, si qualifica come un imprenditore ma non si riesce bene a capire che tipo di impresa abbia. Quando si arriva a parlare di tasse e di pressione fiscale è veramente il momento di andare a fare un lungo bagno. Da solo.

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