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Quirinale e legge elettorale, il futuro del Parlamento

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Se dicembre è il tempo dei bilanci, novembre è il tempo, invece, della programmazione, ossia quel periodo dell’anno nel quale si iniziano a immaginare e a costruire i percorsi del futuro che verrà nella prospettiva del nuovo anno e delle sfide che, inevitabilmente, incorpora. In questo senso, sin da ora, per le forze politiche alcuni paletti sono chiari. Il primo è il Quirinale: l’elezione del presidente della Repubblica nel gennaio del prossimo anno, che non potrà che essere la più condivisa possibile; il secondo è l’attuazione progressiva e concreta del Piano nazionale di ripresa e resilienza con l’approvazione della miriade di norme e di interventi necessari perché i fondi europei stanziati per la nostra crescita e sviluppo non rimangano fermi in attesa delle nostre scelte e decisioni, essendo quei fondi vincolati e progressivamente erogati in ragione di quanto via via sarà adottato dal nostro Paese.

A far da sfondo, per fortuna in modo sempre più sbiadito, c’è naturalmente la conclusione dell’emergenza pandemica – la cui scadenza per legge è fissata alla fine del dicembre di quest’anno – e che, grazie all’attività del governo Draghi e del generale Figliuolo, ci dovrebbe portare a minimizzare definitivamente i rischi di Covid sulle nostre vite a gennaio/febbraio del prossimo anno.

Dentro questo scenario, allora, oggi è opportuno chiedersi cosa fare del periodo che rimane fino alla fine della legislatura nel 2023, posto che davvero assai difficilmente si andrà a elezioni anticipate.

Dalla mia prospettiva, che è appunto quella di un costituzionalista, ci sono almeno due elementi di cui il Parlamento e le forze politiche dovrebbero occuparsi con attenzione e cura in modo tale da mettere il prossimo anno sui binari giusti in vista delle prospettive di fine legislatura.

Il primo elemento è la riforma dei regolamenti parlamentari, questione decisiva di fronte alla riduzione del numero dei parlamentari (da 945 a 600) che entrerà in vigore già dalla prossima legislatura. Il secondo elemento è la riforma della attuale legge elettorale.

Questi due temi, naturalmente, sono intrecciati nel metodo e nel merito. E tuttavia entrambi hanno delle ragioni specifiche che li identificano e che ne marcano, con chiarezza, la pressante urgenza.

Vediamoli con ordine, partendo da un assunto, difficilmente contestabile: più saranno decisioni sostenute da una maggioranza larga delle forze politiche, più queste riusciranno ad affrontare i prossimi inverni, che non si preannunciano particolarmente semplici e indolori dal punto di vista politico.

Per cui, è innanzitutto necessaria una riforma dei regolamenti parlamentari perché, a numeri ridotti, nonché sempre più eguali per rappresentanza, poteri e funzioni (dopo la recente approvazione della riforma costituzionale che attribuisce ai 18enni il voto per eleggere il Senato), la stessa funzionalità interna delle due Camere rischia di perdere forza e vitalità, lasciando così scoperte intere commissioni parlamentari permanenti nonché aggravando e bloccando pesantemente alcune procedure parlamentari decisive per un iter spedito. Se, insomma, non ci si attiva in tal senso, sarà lo stesso Parlamento, come espressione della volontà popolare della nostra democrazia, a essere in sé irrimediabilmente dimidiato. Urge quindi porvi da subito attenzione.

L’altro elemento è la legge elettorale, e il dibattito non si può disgiungere dall’elezione del nuovo capo dello Stato. Anzi, come in una matrioska, per certi aspetti, proprio dentro quel dibattito ci dovrà essere l’analisi delle forze politiche sulle prospettive di formato che vorranno far assumere a loro stesse nel momento in cui si andrà al voto.

Dunque con chiarezza si dica, sin da ora, che il metodo politico che porterà all’elezione del presidente della Repubblica sarà lo stesso anche per la definizione della legge elettorale: sarà un ulteriore modo per far capire agli elettori che in quel voto vi sarà non soltanto l’elezione di una figura, la principale del nostro ordinamento, ma anche un’idea di rappresentanza politica, e dunque di visione del Paese da parte dei partiti. Di questi tempi, sarebbe già molto.

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