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Export e Pmi, manuale per tempi difficili

export imprese

Le crisi sono un’opportunità, si recita spesso: due anni di pandemia, l’Ucraina, i semiconduttori, una nave che prende il vento per il verso sbagliato e crea un ingorgo che nemmeno sul grande raccordo anulare di Roma, il the biologico dello Sri Lanka, sono solo alcune delle sfide  che si sono affacciate negli ultimi due anni. Questi eventi, con maggior o minor intensità, stanno testando la capacità di reazione delle aziende in tutto il mondo. In Italia, in particolar modo, Ucraina e Covid (con i relativi strascichi sulla supply chain) sono una sfida importante per l’intero sistema produttivo e, a traino, per quello dei servizi.

Resta da comprendere se il Sistema Italia, composto pre la stragrande maggioranza da Pmi, con filiere più o meno complesse, sia capace di valorizzare queste crisi in chiave positiva.

Focalizziamoci su un tema caro a tutto il tessuto economico: le esportazioni (o importazioni, a seconda del punto di osservazione). Cerchiamo di capire come si possa cogliere l’opportunità di crescere, malgrado tutto. Si deve riconoscere che il Covid ha già dato una spinta alle aziende: smart working, espansione del ruolo delle video call, segmentazione del lavoro su obbiettivi (già presente prima, ma ora in rapida ascesa come sistema di lavoro dei gruppi, sparsi per il mondo), per comprendere cosa ci si può aspettare, e soprattutto come affrontare queste crisi ho fatto due chiacchere con persone che, con le Pmi, ci lavorano tutti i giorni.

Import, export e crisi

Prima di tutto cerchiamo di comprendere come tutte le aziende manufatturiere, di cui una percentuale significativa sta in Lombardia e nel Nord Italia, possono affrontare le crisi.

“Le imprese che sono più orientate ai mercati internazionali sono quelle maggiormente esposte agli shock esterni come quelli a cui sono sottoposte da 2 anni e mezzo tantissime realtà lombarde”, mi spiega Alvise Biffi, presidente della piccola industria di Confindustria Lombardia. “Nonostante ciò nel 2021 l’export italiano ha fatto registrare numeri da record con un +18,2% rispetto all’anno precedente. Un evento dovuto, almeno in parte, al rimbalzo della domanda che c’è stata dopo i lockdown e le interruzioni delle supply chain nel 2020. Per far fronte a queste importanti difficoltà di approvvigionamento in Lombardia, ad esempio, le imprese stanno adottando soluzioni creative: dilatano i tempi di produzione e di smaltimento delle commesse, diversificano i materiali utilizzati per produrre. A questo si aggiunge che, tra molte difficoltà, sono alla ricerca di nuovi mercati dove reperire quelle risorse e materie adesso introvabili a causa di sanzioni, prezzi inaccessibili o per completa indisponibilità dei beni”.

Le filiere (import-export) sono un concetto familiare a qualunque azienda. Ogni fornitore è, per definizione, un’azienda che importa da un lato ed esporta dall’altro (oppure distribuisce al dettaglio). Lo scenario della globalizzazione, che lo scrivente (classe ‘76) e coetanei considerano come la “normalità”, dovrebbe essere discusso. Specialmente alla luce degli ultimi due anni che hanno visto numerose spinte centrifughe, che stanno allontanando differenti nazioni dal nucleo della “globalizzazione”.

“La globalizzazione che abbiamo vissuto sino al 2019 va ripensata”, mi spiega Damiano Santini, Ceo di Tem Plus. “Dobbiamo ripartire dalla base della creazione del valore: l’impresa. Si deve implementare la managerialità in tutte le aziende, soprattutto in quelle più piccole dove più manca, valorizzando le competenze lavorative, utilizzando gli strumenti digitali per avere accesso ad informazioni in modo rapido e sicuro. Incrociando questi fattori (trasversali a tutte le funzioni aziendali) la possibilità di resistere e reagire alle crisi in corso è fattibile, per la maggior parte delle imprese. Su queste competenze di managerialità esterna noi diamo il nostro contributo con il temporary export management: utile soprattutto alle piccole imprese che faticano a trovare le competenze nei ruoli chiave dell’azienda come ad esempio l’export, il digitale e il mondo dell’analisi dati complessi”.

Se le risorse umane, esterne o interne sono vitali, specie in momenti di “compressione” di supply chain come quelle osservate in questi ultimi due anni, non di meno gioca un ruolo chiave il mondo digitale.

Sul tema analisi dei dati e la loro valorizzazione interviene anche Andrea Gilberti, Ceo di Matchplat. “Di fronte a uno scenario complesso, non esistono soluzioni univoche. Fattore vitale è avere una strategia di diversificazione: approvvigionamenti, canali distributivi e partnership strategiche. Diversificare è essenziale per far fronte a blocchi improvvisi della supply chain, caro materie prime e altri imprevisti. Il concetto è spesso sottovalutato dalle nostre Pmi; alla luce della crisi Covid e Ucraina si comprende come l’import-export sia fragile senza una diversificazione strutturata a ogni livello operativo dell’azienda. Si deve maturare un approccio basato sull’analisi attenta dei mercati internazionali, e la continua ricerca di imprese in linea con i propri obiettivi: clienti, fornitori, distributori, partner commerciali ma anche aziende per attività di M&A. In Matchplat supportiamo le aziende in questo processo attraverso analisi di mercato automatizzate per individuare nuovi partner con il contributo dell’Intelligenza artificiale”.

Business intelligence digitale + export manager?

Il termine business intelligence non è un concetto nuovo, ma il mondo digitale sta incrementando le possibilità di utilizzare dati grezzi, anche provenienti da altri settori non affini all’azienda, per avere intelligence valida su cui pianificare un progetto. Se prima questa tipologia di servizio era destinata, dati i costi per la raccolta e elaborazione dei dati, solo a grandi aziende, oggi grazie al digitale, è un servizio alla portata di tutta la filiera, dalla multinazionale sino alla piccola azienda familiare di meno di 10 impiegati. Negli ultimi anni abbiamo imparato quanto eventi, lontani geograficamente, possono alterare la quotidianità di ogni filiera.

Un’influenza (con pangolino e pipistrello inclusi) ha devastato l’industria dei semiconduttori (non solo quella bene inteso).

La crisi ucraina, accresciutasi con l’assedio economico occidentale alla Russia, si è trasformata in una bomba a orologeria, che colpisce tutte le filiere: dal nickel ai fertilizzanti sino a giungere alla innocua creta per fare le piastrelle.

Avere una business intelligence strutturata, digitale, che sia integrata in ogni elemento della vita di un’azienda non è auspicabile per le Pmi: è vitale.

Soprattutto quando parliamo delle molte aziende italiane che sono operative grazie all’esportazione di beni e servizi all’estero, in particolar modo fuori della Unione europea.

“La digitalizzazione già oggi si sta dimostrando essenziale” dice Alvise Biffi. “Essa deve supportare le PMI che affrontano le complicazioni legate alla de-globalizzazione: difficoltà di movimento, di trasporto, di approvvigionamento, a questo va aggiunto il rischio sanzioni. In ambito retail, vendite al dettaglio, i canali di e-commerce e siti vetrina, durante il Covid, hanno dimostrato la loro utilità e sono stati una soluzione per molte aziende consumer. Nel mondo delle filiere, grazie alle piattaforme che fanno incontrare domanda e offerta per l’approvvigionamento di beni e materie prime (come la Supply chain Resilience platform della rete Enterprise Europe Network) oggi le Pmi possono avere un supporto digitale per le ricerche di fornitori e clienti inconcepibili anche solo 10 anni fa. Se guardiamo all’immediato futuro il digitale sarà cruciale per un numero crescente di aspetti della vita delle Pmi: a supporto della transizione energetica/ecologica, in ottica di gestione dell’energia in rete, risparmio dei consumi, nella gestione automatizzata dei dati con l’impiego di intelligenza artificiale, con la blockchain per gestire e tracciare processi e transazioni in sicurezza, per la tutela di documenti e dati grazie alla cybersecurity, per l’interconnessione delle macchine e delle filiere con il 5G. Tutte queste tecnologie non solo rappresentano una accelerazione per competitività, ma in futuro saranno imprescindibili per le nostre piccole e medie imprese”, conclude Biffi.

Se la Business Intelligence digitale, accoppiata con le filiere (import-export a seconda della azienda) sono due realtà sinergiche, resta il problema della qualità. Ci sono centinaia di servizi di cloud computing nel mondo, eppure alcuni sono più efficienti di altri. Lo stesso dicasi per l’approccio a business intelligence ed export in chiave digitale.

“Consideriamo lo Sri Lanka”, dice Andrea Gilberti di Matchplat, “Per quanto sia mediaticamente meno rilevante della crisi ucraina, offre uno spunto di riflessione importante. Consideriamo che il mercato del te, per numerose ragioni, da quelle salutistiche a quelle di marketing, è in continua crescita. Basta solo pensare al bubble tea cinese: nato come fenomeno popolare in Cina si è espanso in tutto il blocco asiatico e ora persino nelle vie di Milano il bubble tea è una bevanda da passeggio. Ma il the non lo coltiviamo qui, possiamo solo processarlo e venderlo al mercato nazionale o internazionale. Come nazione che processa beni, importa materie grezze o semi lavorate ed esporta semilavorati o prodotti retail, è vitale l’intelligence. Il digitale ha esteso la platea di utilizzatori della business intelligence: prima prerogativa di multinazionali oggi abbiamo strumenti sempre più completi, modulari, intuitivi e accessibili anche alle Pmi, senza richiedere il possesso di competenze tecniche avanzate. Ucraina, Sri Lanka, Cina, il covid, i semiconduttori. Sono tutte crisi e opportunità, a seconda dei dati di cui dispone una azienda, la velocità con cui riesce ad accedervi e processarli. Sta alle Pmi comprendere che il mondo è cambiato”, conclude Gilberti.

“Oggi abbiamo una quantità d’informazioni eccessiva”, conferma Santini. “Il compito della BI è di valorizzare queste informazioni, sintetizzarle e offrirle al decisore, di solito manager o proprietà. Quando parliamo di Import ed Export è necessario collegare i puntini. Lo Sri Lanka ci offre uno spunto interessante. Nato come un conflitto di potere ora si è trasformata in una crisi economica devastante. Lo Sri Lanka è il 4° produttore di te nel mondo, con circa 280 mila tonnellate annue. La scelta del governo di spingere per la produzione del biologico eliminando i fertilizzanti, approccio inviso ai coltivatori, ha gettato ulteriore benzina sul fuoco della rivolta. Qualunque azienda che faccia parte di questa filiera dovrebbe essere a conoscenza della crisi, avere accesso a soluzioni di elaborazioni che permettano ai propri manager di decidere. Banalmente da azienda che opera nel settore, andrei a fare due chiacchiere con i produttori indiani prima che alzino i prezzi sul prossimo raccolto. Questo esempio, per quanto meno famoso della crisi ucraina, ci permette di comprendere che export e import sono intrisi di zettabytes di informazioni, generate ogni minuto grazie al digitale. Informazioni che non comprendono più la semplice filiera ma tutti gli elementi che le orbitano intorno, incluso leggi, nuove tensioni sociali, barriere economiche, standard agricoli. Tutte queste informazioni debbono essere sintetizzate e valorizzate sia per trarre benefici che per evitare rischi. Devono quindi essere interpretate bene da manager competenti”.

Poi c’è la questione rapidità, dice Santini. “Torniamo allo Sri Lanka. Essere i primi a valorizzare lo scenario, dopo averlo dissezionato e compreso a pieno, posizionandosi sul dossier per vendita o acquisto di prodotti a esso legati è vitale. Abbiamo visto come l’export, anche in questi tre anni di tensione, ha salvato intere economie. Bisogna continuare a farlo con competenze, tecnologie digitali ed informazioni rapide e corrette. Non ci sono piani B”.

La stragrande maggioranza delle aziende italiane sono piccole e medie realtà, con una visione di “quello che succede oltre i confini italiani” spesso lacunosa (quando va bene) o mancante. L’accesso ad altri mercati passa ovviamente dalla conoscenza di usi e costumi locali, conoscenza delle lingue locali, conoscenza delle lingue macro (inglese, spagnolo, cinese, russo, arabo, persiano, tedesco), visione tecnologica, aspetti finanziari e di macro economia. Il vantaggio che oggi il digitale ci offre è di poter affrontare alcune di queste sfide in modo sistematico. Combinato con export manager competenti che, sono già stati sul territorio, molte Pmi possono accedere a mercati macro o nicchie che possono essere “sezionate, analizzate e scalate”. Ovviamente nulla è regalato, ma dato che le crisi sono una costante della razza umana, sprecare delle buone crisi sarebbe un peccato.

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