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Epatiti nei bambini, a che punto siamo

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Ha suscitato molto allarme nelle scorse settimane la notizia di misteriose epatiti che colpivano i bambini. Poi, come spesso accade, il problema è ‘sparito dai radar’. Ebbene, al 21 giugno in Italia “abbiamo avuto 75 segnalazioni: 8 di queste sono state escluse perché non aderivano ai criteri per la definizione di caso, in 33 casi la classificazione e’ stata sospesa e in 34 si tratta di casi probabili”. Lo ha spiegato Giovanni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, a margine di un incontro online su “Nuova epatite pediatrica: lavorare insieme per la prevenzione” promosso da Fondazione Etica onlus.

L’obiettivo dell’incontro, imparare dalla passata pandemia per sviluppare pratiche esemplari per salvaguardare la salute dei bambini. Questo obiettivo è stato raggiunto attraverso la creazione di un manifesto, che tutti possono firmare su Change.org. Questo documento, quindi, si propone di affermare il valore della prevenzione e degli sforzi coordinati contro le nuove minacce sanitarie condivise di natura internazionale, perché ogni vita va rispettata e salvaguardata.

Ma come è esploso il caso delle epatiti misteriose? Il 5 aprile 2022, per la prima volta, l’Oms notifica 10 casi in Scozia di epatite e insufficienza epatica acuta in bambini piccoli, di natura epidemiologica differente da tutte le altre forme conosciute. Il 21 aprile, l’Us Center for Disease Control statunitense notifica a sua volta 13 casi di bambini con caratteristiche simili ricoverati tra ottobre 2021 e febbraio 2022, con cluster in un singolo ospedale in Alabama.

Da quel momento e soprattutto in tempi troppo rapidi per esser normali, con 35/40 casi a settimana, un focolaio di epatite acuta e grave in età pediatrica e di cui ancora non sappiamo le cause, sembra diffondersi nel mondo. L’ultimo aggiornamento dell’Oms, che risale al 22 giugno scorso, riferisce di 920 casi in 33 Paesi. Rispetto al report precedente, che risale al 27 maggio, sono stati calcolati 270 casi in più in circa un mese. Anche in Italia sono state segnalate alcune decine di casi.

Più della metà dei casi riguarda l’Europa. La maggioranza si concentra nel Regno Unito (267 casi, quasi il 30% del totale globale). Poi ci sono gli Stati Uniti con il 35% del totale. Quarantacinque bambini, circa il 5%, hanno purtroppo dovuto ricorrere ad un trapianto di fegato e sono stati segnalati 18 decessi. Fortunatamente, oggi, sia nei dati europei che negli Stati Uniti, sembra esserci una traiettoria in calo in termini di segnalazione di nuovi casi, a dimostrazione di un avviato processo di autolimitazione della patologia.

“Sia chiaro: non stiamo parlando di una patologia nuova, clinicamente sconosciuta, misteriosa. Quel che preoccupa noi pediatri è, come sempre, l’insufficienza epatica acuta associata all’epatite, quando il fegato smette di funzionare”, afferma Giuseppe Indolfi, pediatra del Meyer che si occupa di epatologia. “Si badi bene: l’Oms parla di diagnosi probabile di epatite che, di fatto, colpendo i bambini con meno di 5 anni, scagiona ogni sospetto su effetti avversi dei vaccini Covid-19. I dati, almeno per l’Europa, sono stati trainati dai casi verificatisi nel Regno Unito, prevalentemente in Inghilterra ma probabilmente over reported, il che fa pensare ad una certa localizzazione dell’epidemia. I sintomi peculiari presentati dai bambini in pronto soccorso sono stati soprattutto gastrointestinali e respiratori, con una condizione giallastra “itterica” della cute, ma la buona notizia è che la maggior parte degli oltre 900 casi registrati nel mondo, guarisce da sola, in modo autonomo. C’è poi 1 caso su 3 di questi bambini che presenta insufficienza epatica acuta e rischia di andare in terapia intensiva, stando ai dati Ecdc. Di questa percentuale, circa l’8% tra loro hanno avuto urgenza di un trapianto di fegato. Sotto questo profilo, dopo l’Inghilterra, i Paesi colpiti sono stati Polonia e Olanda. In Italia, già nel periodo 2018/19 e poi 2019/20, i casi di epatite pediatrica fatti registrare sono stati stabili: 36/37, qualche decina. Le possibili ipotesi riguardo quest’incremento di epatiti pediatriche avuto nelle settimane scorse devono considerare, secondo me, tre parametri: la suscettibilità dell’ospite – il bambino – all’eventuale stress pandemico; un possibile agente eziologico, un virus, per il momento sconosciuto; la pandemia sullo sfondo”.

In Italia “abbiamo solo casi probabili perché per confermarli dobbiamo trovare qualcosa che non sappiamo cosa sia, come un agente eziologico”, spiega Rezza. “Ma noi ci arriviamo per esclusione di altre forme di epatiti virali”, aggiunge. “Siamo in contatto l’Ecdc- continua Rezza – perche’ abbiamo sostanzialmente il dovere di inviare i dati ogni settimana che siano confrontabili con quelli di altri paesi europei. Si era riunita l’unita’ di crisi che ora si e’ spostata sul monkeypox. Le riunioni si sono susseguite per circa 3-4 settimane di seguito. Dopodiche’ la situazione sembra essersi stabilizzata a un livello base che – aggiunge – non sembra destare preoccupazione”.

“A livello europeo – prosegue Rezza – sono stati segnalati circa 450 casi di questa nuova epatite di origine non conosciuta. Pero’ la maggior parte dei casi e’ stata segnalata nel Regno Unito, dove sicuramente ci sono stati dei segnali di allerta: a fronte di 1, 2 o 3 trapianti di fegato nei bambini che si verificano ogni anno, ad averne 10, direi che qualcosa evidentemente c’e’ e non si puo’ ignorare”. Dei 34 casi probabili in Italia, “troviamo diversi agenti eziologici che potrebbero o non potrebbero essere la causa. Nel 10,5% dei casi troviamo alla Pcr il Sars- CoV-2 che, se andiamo a vedere sierologicamente vediamo nel 60% dei casi, dati che non sorprendono. L’adenovirus lo troviamo nel 43% dei casi, una percentuale piuttosto elevata ma al di sotto del 50%. Dopodiche’ questo adenovirus lo troviamo nelle feci nel 25% dei casi, dato che non e’ specifico di un’infezione che coinvolge il fegato”

Secondo l’infettivologo Massimo Galli, infine, “siamo di fronte a due scenari. O sono stati riportati un numero di casi che non corrispondono ad un incremento reale, oppure abbiamo davanti qualcosa di effettivamente nuovo, correlabile alla pandemia tramite l’adenovirus 41. Allo stato attuale dei fatti, possiamo fare solo delle ipotesi, come quella fatta da tre ricercatori giapponesi di Kyoto che mettono in correlazione le epatiti pediatriche e Omicron. Ma anche quella di Broaden e Arditi che sarà pubblicata solo ai primi di luglio su Lancet e che ipotizza come la persistenza del Sars-Cov-2 nel tratto gastro-intestinale potrebbe aver determinato un rilascio di proteine attraverso l’epitelio intestinale comportando, a sua volta, un’attivazione immune mediata in ragione di un super-antigene. Un super antigene simile all’enterotossina b dello stafilococco e che può essere in grado di attivare, in modo esteso e non specifico, le cellule T. Ma sono solo ipotesi. Mi chiedo: perché non abbiamo il caso di una scolaresca che, insieme, ha avuto l’epatite?”.

“I dati a disposizione fanno pensare che in realtà non si siano verificate vere epidemie, facendo escludere la presenza di un virus x ancora sconosciuto. Non c’è neanche traccia di evidenze di long Covid, né il vaccino per Covid-19 può avere un ruolo, perché i bambini colpiti sono di età inferiore all’obbligo vaccinale. Piuttosto, mi sorprende il fatto che ancora non si sia pensato a raccogliere e incrociare dati clinici del fegato provenienti dalle autopsie o dai fegati espiantati”, conclude Galli.

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