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Numeri e tendenze dell’e-commerce, in Italia vale 54,2 mld di euro

L’e-commerce ha vissuto negli ultimi anni una crescita sostenuta, in conseguenza della massiccia digitalizzazione che ha abbracciato ogni aspetto della società. In occasione del Netcomm Forum 2024, ospitato dall’Allianz MiCo a Milano l’8 e il 9 maggio, abbiamo intervistato Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio digitale italiano che punta ad accrescere e accelerare l’evoluzione digitale delle imprese, generando valore per l’intero sistema economico italiano e per i consumatori. Attraverso numeri e ricerche aggiornate, Liscia ha consentito di delineare lo scenario e le tendenze del settore.

Presidente Liscia, che cos’è Netcomm?

Netcomm è il consorzio del commercio digitale italiano, nato nel 2005 per scambiarsi informazioni sul nascente mercato del retail digitale e dell’e-commerce. All’epoca eravamo in pochi, ma negli ultimi vent’anni il fenomeno ha avuto una crescita incredibile: siamo passati da 10 a quasi 500 aziende. Il nostro hub consente l’accelerazione strategica delle imprese attraverso lo scambio di conoscenze. 

Com’è strutturata l’organizzazione?

Le fondamenta di questa struttura sono da un lato il community management, cioè il modo in cui si fa interagire la comunità delle imprese, dall’altro il knowledge management. Abbiamo 12 gruppi di lavoro che si riuniscono ogni settimana, producendo libri bianchi, ricerche e documenti. Quindi, in un’ottica di restituzione della conoscenza, organizziamo otto eventi che coinvolgono 3mila persone durante tutto l’anno e poi questo grande evento l’8 e il 9 maggio, il Netcomm Forum, con più di 35mila persone e 200 workshop.

Qual è stata l’evoluzione del settore in Italia negli ultimi anni?

Siamo passati dai 9,6 milioni di acquirenti del 2011 ai circa 33 milioni di questi ultimi anni. Inoltre si è registrato un sensibile spostamento dai servizi ai prodotti. Se nel 2011 la quota servizi costituiva il 61% degli acquisti online, nel 2024 è scesa al 37%. La pandemia, inoltre, ha trascinato il settore salute e benessere al primo posto, scavalcando l’abbigliamento. L’acquisto online si è democratizzato: siamo passati da acquirenti provenienti soprattutto dalle metropoli e dai grandi centri abitati a una dispersione molto maggiore che include sempre più i piccoli centri. Oggi anche la persona anziana che risiede in un’area montana può acquistare prodotti e servizi prima inaccessibili. 

Che numeri ha fatto registrare il comparto nell’ultimo anno? 

Il valore degli acquisti online nel 2023 è stato di 54,2 mld di euro, di cui 19,2 mld di servizi e 35 mld di prodotti. I servizi sono cresciuti del 25% rispetto al 2022, mentre i prodotti dell’8%.Salute e benessere si conferma il primo settore per numero di acquirenti;  seguono abbigliamento, cosmetica e profumeria, libri e spesa alimentare.

Come si posiziona il nostro Paese nel contesto europeo? 

L’Italia è rimasta indietro e questo è sia un rischio che un’opportunità. Le principali imprese che servono il mercato italiano sono tutte straniere: Amazon, Zalando, Shein, Zooplus, Temu e Vinted. Per trovare un’italiana bisogna arrivare alla nona posizione. Le aziende italiane che vendono online sono 88mila; il 96% di queste imprese ha uno score di innovazione alto o medio-alto. Un valore che scende al 39,4% per le imprese che non fanno e-commerce. L’Italia oggi è indietro nell’utilizzo dell’AI e delle nuove tecnologie, un fatto che si traduce in un ritardo nello sviluppo delle imprese digitali e di e-commerce. Nel 2023 in Italia nel venture capital per il digitale ci sono stati 88 deal per 0,3 mld di euro investiti, contro i 270 deal della Spagna per 0,8 mld. Dobbiamo investire in ricerca e sviluppo Gli investimenti italiani in venture capital nel digitale sono un terzo di quelli spagnoli e un decimo di quelli francesi.

Come si colpa questo gap?

Bisogna far diventare le imprese piccole delle imprese medie o medio-grandi. Ma per fare questo ci vuole finanza strategica che ne faciliti la crescita. Dobbiamo investire in tecnologie e competenze in ricerca e sviluppo e far sì che lo Stato, anche con le risorse del Pnrr, orientare parte della finanza strategica verso l’AI, le nuove tecnologie e la crescita digitale delle imprese. 

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