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Il déjà vu del debito pubblico, 10 anni dopo

palazzo chigi

Non appena si intravede la fine di quella lunga e anomala fase nella quale i tassi d’interesse delle banche centrali sono stati negativi, riemerge il problema del debito pubblico italiano. I mercati dubitano della sua sostenibilità, e chiedono un interesse sempre più alto per finanziarlo. Il che rischia di condurre le finanze pubbliche italiane in un circolo vizioso: più costo del debito, più deficit, più debito.

E veniamo presi da una sensazione di déjà vu. Son trascorsi poco più di dieci anni da quando lo spread tra bond italiani e tedeschi raggiunse quasi i 7 punti percentuali. L’Italia rischiò di venirne travolta e con essa l’intera costruzione europea. Se ne uscì grazie a misure straordinarie della banca centrale; che funzionarono proprio perché straordinarie, e che non potrebbero invece funzionare se diventassero la regola.

Forse è utile comprendere cosa l’Italia ha fatto, o non ha fatto, negli ultimi 10 anni – tra il 2011 e il 2021 – per evitare che una situazione simile potesse riprodursi.

Nel 2011 il deficit pubblico italiano era pari al 3,6% del Pil, un po’ meno della media degli altri Paesi dell’euro (4,4%). Nel 2021 abbiamo avuto un deficit del 7,2%, abbondantemente maggiore della media (4,7).

È vero, ci sono state la crisi finanziaria prima e la pandemia dopo. Ma ci sono state per tutti. Eppure, mentre il nostro deficit raddoppiava, la media restava più o meno costante. Paesi come la Spagna e il Portogallo lo riducevano, rispettivamente di tre e cinque punti. Non c’è bisogno di andare molto lontano per capire come mai oggi sono minacciati meno di noi dall’aumento degli spread.

Abbiamo accumulato questo deficit nonostante l’Italia avesse allora, e continui ad avere oggi, una pressione fiscale maggiore della media.

Né questo deficit maggiore degli altri è servito per fare più investimenti pubblici: qui da noi erano e rimangono un po’ inferiori alla media.

Per effetto dei forti deficit prima descritti, in Italia il debito è esploso, dal 120 al 151% del Pil. La distanza rispetto alla media è aumentata da 38 a 64 punti percentuali.

Questo sguardo sommario su come abbiamo condotto la nostra finanza pubblica nei dieci anni trascorsi dalla crisi del debito non depone bene: le nostre debolezze non sono state cancellate, anzi si sono accentuate. Abbiamo tanto cianciato di ‘austerity’, ma la nostra spesa pubblica è stata maggiore della media dell’area euro in ciascuno dei 10 anni considerati, e semmai il divario si è accresciuto.

Non c’è dunque motivo di stupirsi se, non appena le banche centrali danno il segnale di riportare i tassi verso livelli “più normali”, il problema del nostro debito riemerge drammatico.

E non ce la possiamo prendere con l’una o con l’altra delle compagini politiche che si contendono il nostro voto. È vero, esistono differenze, ma nel complesso dei dieci anni qui considerati, dopo la crisi del debito del 2011, abbiamo avuto un governo tecnico (Monti), tre governi a guida di centrosinistra (Letta, Renzi, Gentiloni), il governo dei due populismi di destra e di sinistra (Conte 1), quello del populismo di sinistra alleato con la sinistra tradizionale (Conte 2), per poi tornare alla casella di partenza, a un nuovo governo tecnico a guida Draghi.

È il momento di prenderne atto: il problema della finanza pubblica italiana non è chi la conduce, ma la velocità con la quale il conducente cambia. Sette governi in 10 anni (durata media 17 mesi), in cui non ci siamo fatti mancare le formule anche le più fantasiose, ci lasciano esposti al rischio di crisi del nostro debito così come lo eravamo dieci anni fa.

Ora ci affidiamo alle irragionevoli attese messianiche legate alla attuazione del PNRR. Non sarà certamente quello a salvarci. Forse ce la caveremo per il rotto della cuffia anche questa volta, grazie a un’inflazione che gonfia il valore monetario del prodotto, ma a prezzo di una iniqua imposta patrimoniale sui risparmiatori e di un grave innalzamento della povertà. Comunque, i macigni del debito e del deficit resteranno ancora sulla nostra strada, impedendoci il percorso verso il miglioramento delle condizioni generali di benessere.

A meno che… A meno che non prendiamo il problema per le corna: la forza e la stabilità del governo democratico. Vaste programme, vien da dire. E non c’è alle viste alcun De Gaulle in cui sperare.

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