Il dominio cinese nelle tecnologie per la transizione verde

il dominio cinese nella transizione verde

L’Europa frena sulla sostenibilità mentre il gigante asiatico accelera nella transizione verde con tecnologie e investimenti 

Mentre il Parlamento europeo ferma – simbolicamente e politicamente – l’orologio della sostenibilità, approvando il cosiddetto pacchetto Omnibus che diluisce i tempi di applicazione delle direttive sulla rendicontazione Esg e sul dovere di diligenza delle imprese, la Cina accelera. Pechino prosegue la sua corsa verde con investimenti, tecnologie e diplomazia climatica.

Il laboratorio cinese della transizione

Nel cuore dell’Antartide, la Cina ha inaugurato la Qinling Station: la sua prima base scientifica interamente alimentata da fonti rinnovabili.

Un simbolo potente della trasformazione in atto a Pechino, dove la transizione ecologica si intreccia con le strategie industriali, geopolitiche e tecnologiche del Paese. Grazie all’integrazione di energia solare, eolica e celle a combustibile a idrogeno, la stazione funziona senza combustibili fossili anche nei mesi più estremi, con temperature che scendono a -40°C e lunghi periodi di oscurità.

Ma l’Antartide è solo la vetrina. Nel 2024 il Paese ha installato due terzi della nuova capacità fotovoltaica globale, producendo il 70% dei pannelli solari e quasi la metà delle turbine eoliche mondiali.

Il gigante asiatico guida anche il settore della mobilità elettrica: BYD ha superato Tesla per volumi di vendita, mentre colossi come SAIC, Dongfeng e Xpeng stanno stringendo alleanze strategiche con partner internazionali. Il futuro cinese, però, è anche nucleare: dopo una pausa seguita al disastro di Fukushima, Pechino ha approvato nel 2024 la costruzione di undici nuovi reattori.

La Cina e gli SDGs: tra leadership tecnologica e cooperazione globale

Il rapporto “SDG G20” dell’ASviS descrive un quadro complesso per la Cina rispetto agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Il Paese si distingue per il Goal 8 (lavoro dignitoso e crescita economica), grazie a una crescita del Pil superiore alla media del G20, e mostra progressi anche sul Goal 7 (energia), trainata dalle rinnovabili.

Restano invece criticità nei Goal 4, 9 e 12 (istruzione, innovazione, uso efficiente delle risorse), a causa di disuguaglianze territoriali e digital divide.

Sul fronte ambientale (Goal 13), la Cina è tra i principali emettitori globali, ma investe massicciamente in tecnologie pulite e infrastrutture sostenibili. Rafforza inoltre il suo ruolo nella finanza per lo sviluppo, promuovendo strumenti alternativi come la New Development Bank per facilitare l’accesso al credito nei Paesi emergenti.

Le ombre della transizione

Tuttavia, la corsa alla transizione non è priva di ombre. Al di là dei costi effettivi della neutralità carbonica, che secondo le stime di Wood Mackenzie si attestano ad oltre 6,4 trilioni di dollari entro il 2060, restano sfide cruciali come l’approvvigionamento di rame, nichel, litio e cobalto – elementi essenziali per le tecnologie green.

A queste si aggiungono crescenti interrogativi etici e ambientali: dal cobalto estratto nelle miniere artigianali della Repubblica Democratica del Congo, spesso in condizioni di grave violazione dei diritti umani, agli impatti ambientali legati all’estrazione delle terre rare.

Senza standard globali più rigorosi, il rischio è che la transizione ecologica finisca per spostare inquinamento e disuguaglianze da un settore all’altro, invece di eliminarli.

Una transizione realmente sostenibile dovrà confrontarsi con queste contraddizioni, costruendo un modello che non si limiti a cambiare i combustibili, ma ridefinisca in profondità le regole della produzione e della distribuzione del valore.

La scelta (ancora) possibile dell’Europa

Dopo anni in cui ha guidato il dibattito globale sulla transizione ecologica, l’Europa oggi appare in affanno.

Il voto favorevole allo ‘Stop the Clock‘ all’inizio di aprile, che sospende temporaneamente alcuni obblighi del Green Deal nell’ambito del pacchetto Omnibus, è il segnale più chiaro delle crescenti tensioni tra ambizione climatica e realtà economica.

Ma parlare di occasione mancata sarebbe prematuro. L’Europa rappresenta solo il 6% delle emissioni globali, e se è vero che la partita della neutralità climatica si gioca soprattutto in Cina, India e Stati Uniti, bisogna considerare che con i suoi 460 milioni di abitanti l’Ue è il più grande mercato unico al mondo. E possiede, inoltre, un patrimonio industriale, ingegneristico e ambientale che può rivelarsi decisivo.

La sfida è uscire dalla logica della rincorsa e tornare a investire in cooperazione strategica, ricerca di frontiera e realismo politico, senza però sacrificare i principi di giustizia sociale e ambientale che sono alla base del progetto europeo.

In questa direzione, l’Europa può ancora giocare un ruolo di primo piano in settori cruciali: dalle reti elettriche avanzate alle interconnessioni ad altissima tensione, dal riciclo delle terre rare – dove la Cina ha appena mosso i primi passi – alle tecnologie digital twin per l’edilizia sostenibile, fino alle infrastrutture per l’adattamento climatico, come la difesa delle coste e la deimpermeabilizzazione urbana.

Progetti come il MOSE o il Tyrrhenian Link dimostrano che l’Europa può essere leader in ambiti spesso trascurati ma fondamentali.

Si tratta ora di tenere insieme competitività industriale e visione etica, per costruire una transizione che sia non solo tecnologicamente avanzata, ma anche equa, inclusiva e profondamente umana.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del maggio 2025 (numero 4, anno 8)

 

 

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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