La diplomazia di Trump tra dollari e affari, turiamoci il naso se vogliamo la pace

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Un colpo secco e una fiammata lancia il proiettile da 105 millimetri sui russi che stritolano Pokrovsk, il fronte più duro del Donbas. Il cannone Oto Melara fornito dall’Italia è “vecchio, ma buono” sostengono gli artiglieri ucraini, che con dieci gradi sotto zero si muovono come saette per colpire il nemico da una postazione mimetizzata in mezzo alla neve ed evitare di venire individuati dai droni.

Il triste anniversario del terzo anno dall’invasione russa l’ho vissuto in prima linea, dove si continua a resistere con le unghie e con i denti, ma tutti sperano in una pausa con diverse declinazioni sulla pace con la P maiuscola, più o meno giusta.

Il presidente americano, Donald Trump, nel bene e nel male, sta facendo di tutto e di più per arrivare a un cessate il fuoco. Prima della telefonata (fallimentare) con il nuovo Zar, Vladimir Putin, il 19 maggio, ha postato sui social che vuole “porre fine allo ‘spargimento di sangue’ che uccide in media oltre 5.000 russi e ucraini ogni settimana”. Numeri forse esagerati, ma danno l’idea della mattanza che non può essere senza fine.

La speranza è che il 2025 non sia il quarto anno di guerra, ma il primo di tregua. Trump, diplomaticamente, è come un elefante in un negozio di cristallerie, ma ben venga se smuove le acque.

Quando le armi cominceranno a tacere saremo noi europei, con sale in zucca, senza fughe in avanti di galletti d’Oltralpe, ad assicurare le garanzie di sicurezza per evitare ulteriori aggressioni russe. Il nuovo Papa si è già dimostrato un Leone nella ricerca della pace ponendo al centro il Vaticano per incontri e trattative, che di riflesso hanno un impatto sugli assetti geopolitici. Anche il governo di Giorgia Meloni non scherza nel “grande gioco” della politica internazionale e l’opposizione fa francamente sorridere con le accuse di Italietta relegata in secondo piano.

Il Vicino Oriente è ancora in fiamme a Gaza, ma prima o dopo si arriverà ad uno stop della mattanza provocata dall’attacco stragista del 7 ottobre.

Oltre alla fine dei bombardamenti e alla liberazione degli ostaggi il vero nodo sarà il ruolo di Hamas odiato da molti palestinesi e accusato da Abu Mazen di avere trascinato in un baratro di sangue la Striscia e la sua popolazione.

Il viaggio faraonico di Trump nel Golfo ha sdoganato i “talebuoni”, compreso il nuovo leader siriano Al Shara/Al Joulani ricercato, fino al giorno prima, dall’Fbi per terrorismo con una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa. Trump vuole pure un accordo sul nucleare con l’Iran e sta irritando il premier israeliano. Netanyahu però non è un cretino e se da una parte procede con il pugno di ferro a Gaza, dall’altra ha riaperto le trattative con Hamas grazie alle pressioni americane.

La logica trumpiana degli affari e del dollaro che funziona con la pace, non è la strategia più affascinante al mondo, ma possiamo turarci il naso se evita nuove bombe e guerre.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

 

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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