L’AI sta sostituendo i recruiters nei colloqui di lavoro

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La prossima volta che ti metterai in tiro per un colloquio di lavoro tanto atteso, potresti non trovare una persona dall’altro lato della chiamata. Sempre più candidati si collegano a Zoom per scoprire che ad accoglierli c’è un intervistatore virtuale. Alcuni raccontano a Fortune di sentirsi confusi, incuriositi o addirittura demoralizzati quando il bot senza volto si presenta alla riunione.

“Cercare lavoro oggi è così demoralizzante e logorante che sottoporsi anche a questa umiliazione in più è davvero troppo”, racconta Debra Borchardt, giornalista ed editor con 30 anni di esperienza, alla ricerca di un impiego da tre mesi. “All’inizio sembrava tutto normale, ma poi quando è iniziata la vera e propria intervista è diventato surreale. Dopo pochi minuti mi sono detta: “Non mi piace, è orribile”.

Gli intervistatori AI sono solo l’ultimo cambiamento in un processo di selezione stravolto dalla tecnologia. Con i team HR ridotti e i manager sommersi da migliaia di candidature per ogni posizione, si cerca di ottimizzare i flussi di lavoro automatizzando il filtraggio dei profili, la programmazione dei colloqui e le comunicazioni sui passaggi successivi. Per i middle manager, l’AI è una manna. Ma per chi cerca lavoro, è solo un ostacolo in più.

Per alcuni candidati l’esperienza è così negativa che rifiutano in blocco colloqui gestiti dall’AI. Raccontano che sentirsi trattati come numeri li spinge a rinunciare a opportunità di lavoro, convinti che la cultura aziendale non possa essere sana se i recruiter non trovano il tempo per un colloquio umano. Gli esperti HR, però, la vedono diversamente: grazie all’AI, i selezionatori avrebbero più tempo per conversazioni significative nelle fasi successive del processo.

L’opinione pubblica è spaccata, ma una cosa è certa: gli intervistatori AI non spariranno.

“La verità è che, se vuoi un lavoro, dovrai passare anche da questo”, spiega Adam Jackson, CEO di Braintrust, azienda che distribuisce sistemi di AI per colloqui, a Fortune. “Se la maggior parte dei candidati li rifiutasse in blocco, i nostri clienti smetterebbero di usarli. Ma non è così: stiamo vedendo l’esatto opposto”.

I candidati evitano i colloqui con l’AI

Sui social, si moltiplicano le testimonianze di chi ha affrontato colloqui con chatbot: bot che “vanno in loop”, domande ripetute all’infinito, conversazioni surreali. Qualcuno trova meno stressante parlare con una macchina, ma in generale i candidati non sono ancora convinti.

Allen Rausch, 56 anni, technical writer con esperienze in Amazon ed Electronic Arts, è alla ricerca di un nuovo lavoro dopo essere stato licenziato da InvestCloud. Racconta di essere rimasto “sorpreso” quando si è trovato di fronte a intervistatori AI ben tre volte in due mesi. Ogni colloquio durava circa 25 minuti, con avatar femminili che gli ponevano domande banali sul curriculum e sull’annuncio di lavoro, senza riuscire a rispondere a nulla sull’azienda o sulla sua cultura.

Rausch è disposto a partecipare ad altri colloqui AI solo se non prevedono test sulle sue competenze di scrittura e se c’è la garanzia di un colloquio umano successivo. “Con la quantità di risposte che ricevo dalle candidature, molti colloqui AI mi fanno solo perdere tempo“, spiega a Fortune. «Vorrei almeno la certezza che, dopo questa scrematura iniziale, parlerò con un essere umano.»

Debra Borchardt, invece, non è riuscita a concluderne neppure uno. La 64enne racconta di aver interrotto la videochiamata dopo meno di dieci minuti, infastidita dal bot che le chiedeva di ripetere tutta la sua esperienza lavorativa azienda per azienda. “Dopo la terza domanda ho chiuso la chiamata. Non starò qui mezz’ora a parlare con una macchina. Non voglio lavorare per un’azienda dove neppure il responsabile HR trova il tempo per conoscermi”.

Anche Alex Cobb, oggi impiegato alla Murphy Group nel Regno Unito, ha incrociato un AI recruiter nella sua ricerca di lavoro. Pur comprendendo la mole di lavoro degli HR, trova i colloqui AI “strani” e inefficaci nel valutare le persone. L’esperienza lo ha talmente deluso che ha deciso di evitare future selezioni gestite da bot. “Se scopro che un’azienda utilizza colloqui AI, non perdo tempo. Mi sembra solo una strategia per tagliare i costi. Questo mi fa dubitare della cultura aziendale: se i robot possono già selezionare i candidati, cos’altro decideranno di automatizzare?”

Gli HR vedono nei chatbot una salvezza

Mentre i candidati si defilano, i manager HR accolgono gli intervistatori AI a braccia aperte, spinti più dalla necessità che dall’entusiasmo.

«Sono sempre più diffusi nella fase iniziale, soprattutto nei processi di selezione ad alto volume», spiega Priya Rathod, workplace trends editor di Indeed. “Li vediamo dappertutto, in particolare per ruoli in customer service, retail e posizioni entry-level nel tech. Servono a fare quel lavoro di scrematura che molti datori di lavoro non riescono a gestire da soli”.

Non tutti gli intervistatori AI, però, sono uguali. I candidati raccontano di bot monotoni, con voci robotiche e avatar dalle sembianze femminili poco convincenti. Altri, come quelli di Braintrust, utilizzano interfacce più neutre e voci più naturali. Secondo il CEO, chi utilizza il loro sistema è generalmente soddisfatto, così come i recruiter.

Tuttavia, Jackson riconosce che questi strumenti hanno dei limiti: “Fa 100 colloqui e restituisce i 10 migliori al recruiter, che poi interviene in prima persona. L’AI è eccellente nella valutazione delle competenze oggettive—anche meglio degli umani. Ma per quanto riguarda il “cultural fit”, non affiderei mai questo compito a una macchina”.

L’articolo originale è su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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