La bolla dell’AI sta per scoppiare?

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Da diverso tempo molti Ceo hanno iniziato ad esprimere qualche preoccupazione sulla bolla dell’AI, ma forse servivano ancora due pezzi grossi della finanza (Morgan Stanley e Goldman Sachs) le scommesse di uno dei profeti di Wall Street e l’impazienza di Sam Altman di fronte alle domande sui ‘pochi’ ricavi di OpenAI (rispetto ai 1.500 mld di dollari in chip e potenza di calcolo che si è impegnata a comprare) per dare uno scossone forte ai mercati.

Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno detto di prevedere una correzione del 10-20% per i mercati azionari, e i mercati stessi hanno reagito. Prima Wall Street, poi i mercati asiatici, poi quelli europei: in tutto il mondo la corsa all’intelligenza artificiale ha preso una piega che molti si aspettavano da tempo. Ma la definizione di bolla continua ad essere piuttosto confusa. Secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro, “l’AI appare come una rivoluzione industriale. In profondità, però, si sta trasformando anche in una rivoluzione finanziaria, dove l’innovazione è accompagnata da un debito che il mercato non misura. Se la bolla scoppierà, potrebbe non essere quella dei chip o degli algoritmi, ma quella dei bilanci”.

Forse, dice Debach, alla fine avrà torto Jeff Bezos, convinto che quella dell’intelligenza artificiale sia una bolla industriale. Sarà invece proprio una bolla finanziaria. “Solo che, come sempre, la finanza tende a riconoscerla quando è già scoppiata”.

AI, il crollo dei titoli

Tra i listini più colpiti, la Borsa di Tokyo ha chiuso a -2,5%, mentre anche i colossi cinesi (Alibaba, Tencent e Xiaomi) sono stati colpiti. I future del Nasdaq 100 hanno registrato nuovi cali, dopo il 2% perso nel sell off di titoli tecnologici del 4 novembre nel quale Palantir ha perso l’8%, Reddit l’8,4%, Nvidia il 4% (dopo l’annuncio del ban del chip Blackwell verso la Cina), Softbank fino al 10%.

Anche Bitcoin è sceso sotto i 100.000 dollari, per poi risalire, mentre l’oro è andato sotto i 4.000 dollari l’oncia. Tutto in una sola giornata.

Un ribasso dei titoli tech ha ormai conseguenze gigantesche per le Borse mondiali. Rappresentano il 90% dei rendimenti totali dello S&P 500, e l’80% è merito delle ‘Magnifiche sette’: Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta Platforms, Tesla. Una manciata di società tech rappresenta il 50% della stessa metrica dell’Hang Seng in Oriente.

Quella dell’AI non è naturalmente l’unica preoccupazione dei mercati, ancora orfani dei dati sull’occupazione americana, una delle conseguenze dello shutdown dei record che ormai è arrivato a 35 giorni di durata: un record nella storia degli Stati Uniti.

Il profeta di Wall Street contro l’AI

Ma gli indizi di un possibile crollo ormai sono troppi per essere ignorati. Tra gli altri, anche Michael Burry ha scommesso sullo scoppio della bolla.

Il celebre investitore diventato famoso per aver previsto la caduta del mercato immobiliare americano durante la crisi del 2008 adesso ha assunto, attraverso il suo hedge fund Scion Asset Management, una posizione ribassista (con opzioni ‘put’) su Palantir, gioiello Usa della tecnologia applicata alla Difesa con ricavi in crescita ma molti inferiori rispetto alla capitalizzazione di mercato: 4,4 mld di dollari contro 450.

Nvidia, che probabilmente è la vera portabandiera della bolla dell’intelligenza artificiale, è diventata un’altra posizione ribassista di Burry. Con una valutazione da 5.000 mld di dollari appena superata anche grazie a contratti su contratti per i suoi chip firmati dai maggiori player tech del mondo, al destino di Nvidia è legato il destino sia tecnologico sia finanziario dell’intelligenza artificiale.

Bolla AI, perchè proprio ora?

Ma quanto è vicina l’esplosione di una bolla? Debach di eToro dice che il tema “bolla AI si riaffaccia ciclicamente, come mostrano anche i dati di Google Trends: la parola “AI bubble” è tornata a impennarsi ad agosto e poi di nuovo a inizio ottobre, segno che la paura di eccessi non si è mai davvero spenta. Dire se oggi sia diverso da ieri è impossibile, a meno di possedere una sfera di cristallo. Bastano poche scintille per riaccendere la fiamma. Se ieri era Sam Altman a ipotizzare la possibilità di una bolla, oggi troviamo a farlo voci molto diverse, dai CEO di grandi banche fino a nomi come Jeff Bezos, che la bolla dot-com l’ha vissuta sulla propria pelle. Forse alla fine avranno ragione, e una correzione arriverà, ma individuare il momento esatto in cui una bolla scoppia resta una scienza che nessuno padroneggia davvero”.

Eppure, la sensazione che qualcosa si stia tendendo troppo non nasce dal nulla, dice l’analista. La domanda, visto che il trend dell’entusiasmo sull’AI in Borsa va avanti da tempo, diventa: perché proprio ora? Per Debach “Quando la cautela arriva dai vertici di Wall Street, il messaggio è chiaro: il pendolo della fiducia si è spinto forse troppo in avanti”. Oltretutto pesa la nuova posizione di un guru come Burry, con “opzioni short per oltre un miliardo di dollari su Nvidia e Palantir, le due aziende che più di tutte stanno generando cassa reale dall’AI (e non investimenti). Le sue mosse hanno accelerato le vendite, soprattutto dopo il calo di Palantir di quasi l’8% nonostante utili superiori alle attese. Quando neppure le buone notizie riescono più a sostenere i prezzi, è un segnale che il mercato ha cambiato stato emotivo”.

AI, 350 mld di investimenti solo nel 2025

Secondo uno studio di Banca del Fucino sulla forza odierna del dollaro, la capitalizzazione complessiva del mercato statunitense ha superato per la prima volta il 200% del Pil. È “la fotografia di un capitalismo iperconcentrato, in cui una manciata di colossi regge l’intero edificio finanziario globale”.

Tra i fattori di rischio, lo studio cita la “scommessa sull’intelligenza artificiale”, nuova leva di crescita dei mercati. Dal 2022, con l’arrivo di ChatGPT e dei modelli generativi, gli investimenti delle big tech sono esplosi: oltre 350 miliardi di dollari nel solo 2025, con una previsione di oltre 400 nel 2026. Ma “l’AI potrebbe trasformarsi da promessa a rischio sistemico”, avvertono gli autori dello studio. I profitti appaiono “circolari”, alimentati da reinvestimenti incrociati tra le stesse grandi imprese tecnologiche.

La concentrazione del rischio

Per Debach “gli investimenti AI sono dominati da pochi colossi che si riforniscono e si finanziano a vicenda, creando un ecosistema chiuso che gonfia la domanda interna senza diffondere valore sistemico. Con il rischio che basti che cada uno solo per innescare un effetto domino.
Infine, c’è il sentiment. Dopo sette mesi di rialzi quasi ininterrotti, con l’S&P 500 in crescita del 36% dai minimi di agosto e dell’89% dall’inizio del bull market del 2022, il mercato mostra segni di stanchezza. Solo nel 2025 ha registrato 36 nuovi massimi storici ed oggi scambia senza una correzione superiore al 5% per 113 sedute consecutive. È una corsa impressionante, ma come tutte le sequenze perfette, genera nervosismo. Gli investitori iniziano a chiedersi se l’assenza di volatilità non sia, paradossalmente, il segnale più evidente che la volatilità è in arrivo”.

Una “paura fisiologica” e il debito “fuori bilancio”

Secondo l’analista sarebbe quindi riduttivo parlare solo di bolla. “Il contesto è più sfumato. Dopo sette mesi di rialzo quasi ininterrotto, una pausa è fisiologica. I fondamentali non sono collassati: il ciclo economico americano resta in espansione, la Fed si avvia verso una postura più accomodante e gli investimenti in AI rimangono una delle forze trainanti più potenti. Le stime di capex dei grandi hyperscaler per il 2026 sono già passate da 300 a oltre 500 miliardi di dollari in pochi mesi. Eppure, ciò che i mercati sembrano ignorare è la provenienza stessa di quella liquidità. Per ora la solidità di questi colossi non è in discussione, ma la crescente sofisticazione dei loro meccanismi di finanziamento inizia a far serpeggiare qualche perplessità anche tra gli addetti ai lavori”.

Secondo Bloomberg, ricorda Debach, Meta ha raccolto 60 miliardi di dollari in capitale per finanziare data center e infrastrutture AI, “ma la metà di questo debito non compare nemmeno nei bilanci. È finito in veicoli di scopo e joint venture, costruiti per spostare il rischio contabile altrove. Morgan Stanley ha stimato che fino al 2028 oltre 800 miliardi di dollari verranno canalizzati in forme di debito “fuori bilancio”, contribuendo a un totale di 2,9 trilioni di dollari di capex globale sui data center”.

Negli scorsi giorni, durante un podcast al quale ha partecipato anche il Ceo di Microsoft Satya Nadella, il Ceo della protagonista principale della corsa dell’intelligenza artificiale, OpenAI, ha risposto stizzito alle domande del conduttore Brad Gerstner, che è anche il fondatore di Altimeter Capital. Gerstner aveva chiesto a Sam Altman come l’azienda potesse assumersi impegni da 1.500 mld di dollari a fronte di un fatturato da 13 miliardi di dollari (mentre le perdite solo nell’ultimo trimestre sarebbero di 12 mld di dollari). Il fatturato è molto superiore, secondo Altman, e potrebbe arrivare a 100 mld non nel 2029, come recitano tutte le stime conosciute finora, ma nel 2027.

Poste Italiane Dic 25

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