La Cina è la ‘fabbrica delle fabbriche’

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La Cina si sta trasformando sempre più in una ‘fabbrica per le fabbriche‘, aumentando l’export di componenti industriali – come parti per smartphone, processori, chip di memoria e batterie agli ioni di litio – destinati all’assemblaggio finale in Paesi del Sud-Est asiatico.

Secondo Jeongmin Seong, partner del McKinsey Global Institute (MGI), “in futuro potremmo acquistare meno prodotti ‘Made in China’, ma molti più beni conterranno componenti realizzati in Cina”. Il cambiamento è già evidente nei dati: mentre le esportazioni di beni di consumo cinesi sono diminuite del 2% nell’ultimo anno, quelle di beni intermedi sono cresciute del 9%.

Il commercio tra Stati Uniti e Cina

Il commercio tra Stati Uniti e Cina ha registrato un calo del 30%, in gran parte a causa dei pesanti dazi imposti dall’amministrazione Trump. Tuttavia, Pechino ha reagito diversificando i propri partner commerciali, puntando soprattutto sulle economie emergenti. Questi nuovi interlocutori – spesso hub manifatturieri – richiedono più macchinari e componenti a basso costo piuttosto che prodotti finiti più costosi.

Anche gli Stati Uniti hanno modificato le proprie catene di approvvigionamento, riuscendo a sostituire circa due terzi delle importazioni precedentemente provenienti dalla Cina: gli smartphone arrivano sempre più dall’India, mentre i laptop sono prodotti soprattutto nel Sud-Est asiatico.

In questo contesto, l’ASEAN svolge un ruolo centrale. I Paesi dell’area stanno beneficiando dello spostamento della produzione fuori dalla Cina, un processo già avviato durante la pandemia e rafforzato dalle tensioni commerciali. Le esportazioni della regione sono cresciute del 14%, oltre il doppio della media globale, e i flussi commerciali sia con la Cina sia con gli Stati Uniti sono tra i più dinamici al mondo. La nuova fase della guerra commerciale potrebbe accelerare ulteriormente la strategia “China plus one”, con le aziende impegnate a diversificare le proprie catene di fornitura.

I timori di una fine della globalizzazione

Nonostante i timori di una fine della globalizzazione, il commercio internazionale non è in declino. Al contrario, si sta riorganizzando. Sempre più Paesi intensificano gli scambi con partner politicamente allineati, riducendo quelli con rivali geopolitici. Questo vale non solo per gli Stati Uniti, ma anche per la Cina, che ha rafforzato i rapporti con Sud-Est asiatico, Europa, America Latina e Africa.

Una dinamica simile riguarda gli investimenti. Washington concentra sempre più capitali nei Paesi alleati e ne riceve da partner come Giappone, Corea del Sud e Medio Oriente, soprattutto nei settori strategici come i semiconduttori. La Cina, dal canto suo, è diventata un investitore netto all’estero, anche a causa del calo degli investimenti statunitensi nel Paese.

Secondo MGI, la “distanza geopolitica” degli investimenti diretti esteri – ovvero il grado di allineamento politico tra Paesi – è diminuita del 13% nell’ultimo anno, contro un calo del 7% nel commercio. Segno che i capitali si riallocano più rapidamente rispetto alle catene produttive. “I dazi possono essere temporanei”, osserva Seong, “ma i cambiamenti strutturali, come il riallineamento geopolitico in atto, sono destinati a durare”.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.

La foto in evidenza è di Getty Images

Poste Italiane Dic 25

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