Con questo contributo inauguriamo “Fisco e Futuro”, non semplicemente una nuova rubrica, ma una delle espressioni di un percorso che ha preso avvio lo scorso anno con la prima edizione del Fortune Brainstorm Tax & Legal. Un progetto nato con l’ambizione di creare una piattaforma stabile, autorevole, indipendente e internazionale di confronto sui grandi temi della fiscalità, del diritto e della competitività dei sistemi economici.
In un contesto in cui le questioni fiscali influenzano sempre più profondamente le strategie delle imprese, le politiche pubbliche e l’attrattività dei Paesi, riteniamo necessario promuovere uno spazio di discussione capace di andare oltre il dibattito occasionale. Per questo, accanto agli appuntamenti annuali del Fortune Brainstorm Tax & Legal, il progetto si articolerà attraverso questa rubrica, tavoli di lavoro tematici, pubblicazioni e momenti di approfondimento dedicati, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra istituzioni, professioni, imprese, accademia e mondo della ricerca.
Non a caso, scegliamo di inaugurare questa nuova fase in occasione della seconda edizione del Fortune Brainstorm Tax & Legal, che si terrà il 22 giugno presso la Sala dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, organizzato in collaborazione con il Luiss Research Center Strategic Change “Franco Fontana” e con il patrocinio del Consiglio Nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.
Tale iniziativa nasce da una constatazione tanto semplice quanto significativa: il diritto tributario non può più essere considerato una materia confinata nei suoi tradizionali perimetri tecnici. Sempre più spesso, infatti, il fisco rappresenta uno degli strumenti attraverso cui si costruiscono la competitività di un sistema economico, la capacità di attrarre investimenti, la qualità delle relazioni tra istituzioni e operatori economici e, in definitiva, il livello di fiducia che un Paese riesce a generare.
Per lungo tempo il dibattito in materia fiscale si è concentrato prevalentemente sul livello del prelievo e sulla distribuzione del carico tributario. Temi centrali ma, ad oggi, non più sufficienti. La competitività e l’attrattività di un ordinamento dipendono, infatti, anche dalla stabilità delle regole, dalla prevedibilità delle decisioni amministrative, dall’efficienza della giustizia tributaria, dalla qualità del dialogo tra contribuenti e Amministrazione finanziaria e, in ultima istanza, dalla capacità delle istituzioni di accompagnare i processi di trasformazione economica e tecnologica.
Nei prossimi mesi la rubrica ospiterà interviste, dialoghi a più voci, contributi tecnici e riflessioni di sistema, con l’obiettivo di mettere in relazione competenze ed esperienze differenti. In un contesto nel quale il rischio è spesso quello di contrapporre visioni ideologiche o, all’opposto, di smarrirsi in tecnicismi privi di una prospettiva più ampia, la rubrica intende considerare la materia non in modo autoreferenziale, ma come uno degli strumenti attraverso cui si definiscono le condizioni di crescita, competitività e coesione di un Paese. In particolare, l’obiettivo di questo primo contributo non è anticipare le risposte che emergeranno nel corso dei lavori del 22 giugno, ma piuttosto quello di mettere a fuoco alcune delle tematiche principali che oggi attraversano il dibattito fiscale e che costituiranno il filo conduttore della giornata.
Quando la fiscalità diventa politica economica
Il primo grande tema riguarda il rapporto tra fiscalità, geopolitica e competitività. Se per molti anni la fiscalità internazionale è stata caratterizzata dalla ricerca di regole condivise e da un progressivo rafforzamento delle logiche multilaterali (si vedano i progetti cc.dd. Pillar 1 e Pillar 2), gli ultimi anni hanno segnato un cambiamento profondo. Il ritorno dei dazi, le tensioni commerciali tra le principali potenze economiche, le politiche industriali sempre più aggressive adottate da numerosi Stati e la crescente attenzione alla sicurezza e resilienza delle catene del valore hanno riportato al centro del dibattito il ruolo attivo dello Stato nell’economia. Le imprese si trovano oggi a operare in un contesto nel quale le scelte di localizzazione, investimento e approvvigionamento non dipendono soltanto da valutazioni di efficienza economica, ma sono sempre più influenzate da fattori geopolitici, regolatori e fiscali. Le catene del valore vengono ripensate, gli investimenti vengono riallocati e gli ordinamenti sono chiamati a competere per attrarre attività produttive, competenze e capitale.
In questo scenario la fiscalità diventa un campo di azione essenziale e, in particolare, uno degli strumenti attraverso cui un Paese definisce la propria strategia di sviluppo e il proprio posizionamento competitivo. Le politiche attuate negli USA ne sono un esempio plastico, di cui occorre tener conto per fare valutazioni complesse ma, al tempo stesso, lungimiranti. Nel nostro Paese, nella stessa prospettiva, assumono oggi particolare rilievo iniziative come la ZES Unica per il Mezzogiorno, che rappresenta uno dei più significativi tentativi di utilizzare la leva fiscale come fattore di attrazione degli investimenti.
La competizione, tuttavia, non si gioca solo sugli incentivi. Conta la capacità di costruire un ecosistema caratterizzato da tempi certi, istituti efficienti e un quadro normativo e interpretativo stabile e prevedibile, la c.d. certezza del diritto. È su questo terreno che si misura la reale attrattività del sistema.
La giustizia tributaria come infrastruttura del Paese.
In effetti, se la fiscalità costituisce una delle infrastrutture economiche di un ordinamento, la giustizia tributaria ne rappresenta una componente assolutamente essenziale. Per molti anni la giustizia tributaria è stata osservata prevalentemente come uno strumento di risoluzione delle controversie, ma oggi appare sempre più evidente che il suo ruolo è più ampio. La qualità della giurisdizione influisce, infatti, direttamente sulla solidità del sistema economico, sulla capacità di attrarre investimenti e sulla prevedibilità delle decisioni.
Un ordinamento moderno non è soltanto quello che applica aliquote sostenibili o che offre incentivi alle imprese, ma è anche quello che garantisce orientamenti giurisprudenziali solidi e tempi ragionevoli di definizione delle controversie. La riforma della giustizia tributaria si colloca esattamente in questa prospettiva: l’introduzione di una magistratura professionale dedicata, il rafforzamento delle strutture organizzative e l’obiettivo di accrescere la qualità delle decisioni rappresentano passaggi fondamentali per la costruzione di un sistema più moderno ed efficiente.
La questione, però, non è solo organizzativa ma, come detto, riguarda anche il contenuto delle decisioni. La giurisprudenza, infatti, è chiamata a svolgere un ruolo sempre più importante nella costruzione della certezza del diritto e nella ricerca di un equilibrio giusto tra interessi diversi e talvolta anche contrapposti. Lo dimostra la recente pronuncia della Corte costituzionale sui rapporti tra diritto penale e diritto tributario (si veda, la sentenza n. 50 del 2026, circa l’efficacia nel processo tributario del giudicato penale di assoluzione), così come il crescente impatto delle decisioni della CEDU sulle garanzie del contribuente nella fase dell’accertamento e della verifica (ad esempio, la sentenza del 6 febbraio 2025, Italgomme Pneumatici S.r.l. e altri c. Italia). Anche in questo ambito la sfida consiste nel trovare il giusto punto di equilibrio tra tutela dei diritti individuali ed efficacia dell’azione di contrasto all’evasione.
Dal controllo alla fiducia: il nuovo rapporto tra Fisco e contribuenti
Forse, però, la trasformazione più significativa che il sistema fiscale sta attraversando riguarda il rapporto tra Amministrazione finanziaria e contribuenti. Per decenni questo rapporto è stato costruito prevalentemente attorno al paradigma del controllo successivo. L’attività dell’Amministrazione si sviluppava soprattutto dopo il verificarsi dei fatti imponibili, attraverso verifiche, accertamenti e contenzioso. Oggi si sta progressivamente affermando una logica diversa, secondo cui la prevenzione tende ad affiancare il controllo e il dialogo tende ad affiancare, e in parte a sostituire, il conflitto.
La cooperative compliance e il Tax Control Framework rappresentano probabilmente l’espressione più avanzata di questo cambiamento. Alla base vi è un principio semplice ma al tempo stesso innovativo: la qualità dei sistemi di governo e controllo del rischio fiscale può costituire un elemento rilevante nella costruzione del rapporto tra contribuente e Amministrazione e la trasparenza diventa un asset strategico. Il presidio del rischio fiscale non è più soltanto un’esigenza interna dell’impresa, ma assume rilievo anche nel rapporto con il Fisco. La certezza del diritto non viene perseguita esclusivamente attraverso norme più dettagliate o controlli più intensi, ma anche attraverso modelli organizzativi più evoluti e una maggiore qualità del dialogo. In sostanza, non si tratta di individuare dei contribuenti di “serie A” ma di parametrare modalità di verifica e premialità in ragione della rischiosità dei soggetti. Peraltro, in questa evoluzione un ruolo crescente è destinato ad essere svolto anche dall’intelligenza artificiale e dagli strumenti avanzati di analisi dei dati, che stanno modificando le modalità di individuazione del rischio fiscale, aprendo nuove opportunità in termini di efficienza e prevenzione ma anche nuove sfide sul piano delle garanzie e della trasparenza.
… e il nuovo ruolo del professionista
In questo scenario emerge una figura nuova: quella del professionista certificatore del Tax Control Framework. Per la prima volta il Legislatore attribuisce ai dottori commercialisti e avvocati, aventi determinate professionalità, un ruolo che non si esaurisce nell’assistenza tecnica o nella difesa del contribuente. Il certificatore si colloca, infatti, in una posizione intermedia tra impresa e Amministrazione finanziaria, assumendo una funzione di garanzia sulla qualità dei sistemi di gestione e controllo del rischio fiscale.
Si tratta di una responsabilità particolarmente significativa, che richiede competenze interdisciplinari e una crescente capacità di comprendere non soltanto le norme tributarie, ma anche i processi aziendali, i sistemi di controllo interno, la governance, l’organizzazione e finanche le tecnologie che supportano i processi decisionali.
Per questa ragione il Tax Control Framework non rappresenta semplicemente un nuovo adempimento, ma probabilmente l’inizio di una diversa concezione del ruolo del professionista fiscale: non più soltanto interprete o difensore, ma soggetto chiamato a partecipare direttamente alla costruzione di un rapporto di fiducia tra contribuente e Amministrazione. Peraltro, anche in questo caso, sarà interessante comprendere come si evolverà il rapporto tra Fisco e professionisti alla luce delle evoluzioni tecnologiche e del ruolo che l’IA giocherà al riguardo.
Tre istituti, una sola trasformazione
Nel corso dell’evento saranno inoltre esaminati i profili relativi alla derivazione rafforzata, alla transazione fiscale e alla certificazione del Tax Control Framework. A prima vista potrebbero apparire temi molto tecnici e diversi tra loro, ma in realtà raccontano una trasformazione che va nella stessa direzione.
La derivazione rafforzata porta il diritto tributario a confrontarsi con il bilancio e con l’economia aziendale; la transazione fiscale lo pone di fronte alle metriche della crisi d’impresa, della continuità aziendale e della sostenibilità dei piani di risanamento; la cooperative compliance e il Tax Control Framework, come anticipato, lo avvicinano ai sistemi di controllo interno, alla governance, al risk management e all’organizzazione dei processi aziendali. In tutti questi ambiti, il Legislatore sembra compiere una scelta precisa: non ricerca più le soluzioni esclusivamente all’interno delle categorie tradizionali del diritto tributario, ma attribuisce crescente rilevanza a valutazioni economiche, organizzative e aziendalistiche, spesso con l’obiettivo di perseguire interessi più ampi rispetto alla sola tutela del gettito erariale.
Vi è poi un secondo elemento che accomuna questi istituti e che probabilmente ne costituisce la chiave di lettura più profonda: la fiducia. La derivazione rafforzata, ad esempio, esprime la fiducia che l’ordinamento ripone nella rappresentazione economica elaborata dall’impresa attraverso il bilancio; la transazione fiscale riflette la fiducia accordata a un’impresa che attraversa una fase di difficoltà ma conserva concrete prospettive di continuità; la cooperative compliance si fonda invece sulla fiducia che può derivare da modelli evoluti di governo e presidio del rischio fiscale. Anche per questa ragione cambia inevitabilmente il ruolo del professionista, chiamato, da un lato, a comprendere fenomeni sempre più complessi e, dall’altro, a operare come punto di raccordo in grado di costruire proprio la fiducia nel rapporto tra contribuenti e Stato.
Una conversazione sul futuro del Paese
Lo spirito con cui è stata concepita questa iniziativa è, in fondo, molto semplice. Da un lato, evitare che il dibattito fiscale si perda in una dimensione esclusivamente teorica o eccessivamente operativa, incapace di incidere sulle decisioni concrete degli operatori economici. Dall’altro, evitare che una materia sempre più strategica venga ridotta a una sommatoria di adempimenti, interpretazioni e tecnicismi distanti da una visione di insieme. La fiscalità contemporanea richiede entrambe le prospettive: la capacità di comprendere il dettaglio tecnico e quella di coglierne le implicazioni economiche, organizzative, istituzionali e persino geopolitiche. Bisogna comprendere come una norma fiscale possa influenzare una scelta di investimento, una riorganizzazione aziendale, la gestione di una crisi d’impresa, la localizzazione di una filiera produttiva o la capacità di un territorio di attrarre nuove attività economiche. È proprio questo il punto di equilibrio che il prossimo 22 giugno si intende perseguire: far dialogare istituzioni, imprese, professionisti e accademici, mettendo in comune esperienze, idee e prospettive differenti.
Perché il fisco, prima ancora di essere una raccolta di norme, è uno dei linguaggi attraverso cui uno Stato progetta il proprio sviluppo. Comprendere come quel linguaggio sta cambiando significa comprendere, forse, qualcosa in più sul futuro che ci attende.
