Mimmo Cuticchio: “L’arte dei pupi si trasformerà ma continuerà a vivere se ci si crede veramente”

Mimmo Cuticchio

Il maestro Mimmo Cuticchio è l’ultimo grande rappresentante dell’antica scuola siciliana dei pupari e dei cuntisti, i narratori dei teatrini delle storie epico-cavalleresche riconosciuti dall’Unesco patrimonio culturale dell’Umanità.

I pupi cristiani portano un’armatura bianca, in alpacca, lega di rame, zinco e nichel. Quelli saraceni la corazza d’ottone, gialla come lo sfarzo d’Oriente. Tutti hanno un emblema sullo scudo, con borchie e arabeschi saldati con lo stagno. E poi ci sono draghi, centauri, diavoli e perfino un ippogrifo che arriva sulla luna. Combattono da secoli nei teatrini siciliani e in giro per il mondo, emulando cavalieri e paladini. Lo fanno grazie ai pupari, che li costruiscono e li portano in scena, a Palermo e nuovamente in tutto il mondo, e che hanno oggi il maestro in Mimmo Cuticchio, figlio d’arte 78enne che non basta un’enciclopedia per descriverne i talenti.

Puparo, appunto, ma anche attore, regista, scrittore, voce per cinema e radio oltreché teatro. Per citarne uno dei tanti, il suo monologo alla fine del film ‘Cento giorni a Palermo‘ (1984) sulla morte del generale Dalla Chiesa racconta un pezzo d’Italia colpendoti al cuore. Perché Cuticchio è innanzitutto un narratore o, meglio, un ‘cuntista’, antico mestiere d’arte siciliana che con ritmo, tono di voce e gesti, agitando una spada per tenere il tempo e spesso improvvisando, narra una vicenda letteraria, epica o popolare.

“Mi sono trovato dentro a questo viaggio per un fatto d’età, di storia, per la crisi del secondo dopoguerra”, ci spiega. “Le bombe a Palermo avevano distrutto un mondo intero. Quand’ero ragazzino i ricchi andavano all’opera ma il popolo aveva ‘l’Opra’ dei pupi e una ventina di teatrini gironzolava anche nei borghi vicini, compreso quello di mio padre Giacomo. Ho conosciuto vecchi maestri, pupi antichi, pittori di scena, cose meravigliose. C’era un vivaio straordinario che man mano, però, scompariva. Crescendo sentivo dire che quello era morto, l’altro s’era ritirato, che molti pupi erano finiti al mercato delle pulci o che la pioggia aveva sfasciato tutto. Iniziò l’emigrazione e rimasero soltanto tre famiglie di pupari”.

Girovaghi

I pupari, così, giravano l’isola in cerca di pubblico: “I miei genitori col loro carretto a cavallo portarono i loro spettacoli nella regione. Io e cinque dei miei sette fratelli siamo nati nei vari paesi, io a Gela nel 1948. Si arrivava e si montava il teatrino con chiodi e martello. Ci volevano almeno due settimane e nel frattempo tutti venivano a sapere che erano arrivati i pupi ed erano felici, perché non c’erano cinema, televisione o altri svaghi. Mancavano anche i soldi e così metà sala pagava 5-20 lire e gli altri portavano un pezzo di formaggio, le olive, cose da mangiare. Facevamo un ciclo di 3-4 mesi e poi lasciavamo lì il teatro montato per la volta successiva e partivamo per un altro posto”, continua Cuticchio.

Alla fine della semina in campagna o vicino al mare aspettando la stagione della pesca, il teatrino si riempiva anche perché l’Opra era l’unica cosa che facesse cultura: “Sì, perché nelle storie c’erano nuove parole e città e posti lontani che nessuno conosceva. Mio padre, per questo, diceva ad esempio ‘Parigi di Francia’ per insegnare dov’era. La mia vita l’ho passata così dal 1948 al 1969 con una famiglia allargata: genitori, fratelli e almeno 300 pupi”. Che per il piccolo Mimmo erano personaggi con vite, imprese e parentele: “Vivevamo e dormivamo con loro. Io poi conoscevo a memoria le loro vicende perché mio padre mi chiedeva di ricopiare, siccome avevo una bella grafia, le storie da rappresentare, i copioni. Comprava i quaderni con la copertina nera e m’insegnava a usare lo stampatello per evidenziare alcune parti. Anche durante gli spettacoli noi bambini aiutavamo ad esempio vendendo i ceci arrostiti, ma ci dedicavamo soprattutto ai pupi: li spolveravamo, guardavamo nostro padre costruirli quando servivano nuovi personaggi. E ognuno aveva i suoi beniamini: i miei erano Astolfo, allegro e avventuroso, Rolando e poi, crescendo, il fiero saraceno Ferraù”.

La crisi degli anni Settanta

Negli anni settanta, però, ci fu una nuova crisi, mancava il pubblico e i teatrini chiudevano: “Nel 1973 mio padre”, riprende il maestro, “invitò noi figli a trovarci un altro lavoro perché i pupi per lui non avevano futuro. Intanto lavorava soprattutto per i turisti, ripetendo sempre lo stesso spettacolo. Io però così mi annoiavo e perciò, a 25 anni, aprii un teatrino tutto mio nel rione dell’Olivella, dove ancora oggi rappresento il ciclo dei paladini di Francia. Certo è cambiato il pubblico, negli anni ’50 era adulto, abituale, partecipava e quasi saliva sul palco per rimediare a un torto. Oggi invece è più occasionale, misto di grandi e piccoli e devo adeguare linguaggio e narrazione ai diversi spettatori. Prima le rappresentazioni duravano anche più di tre ore, ora la metà perché in quest’epoca di fretta è difficile catturare l’attenzione. Eppure, io riesco a raccontare l’Eneide e l’Iliade in una sola ora e i ragazzi non staccano mai lo sguardo. Vengono scuole da tutta Italia e anche l’Unesco, riconoscendo l’Opera dei Pupi patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2008, consegnandomi il suo diploma come unico figlio d’arte ancora in attività, ha contribuito a tenere in vita questo mondo, a citarci nelle guide turistiche attirando visitatori. Con me ci sono mia moglie Elisa, che si occupa dell’organizzazione e un po’ di tutto, e mio figlio Giacomo, che ha studiato al conservatorio, è musicista e ha imparato anche a fare le voci per i pupi e dirigere. A luglio, il 3, 4 e 5 racconterò a Palermo l’Eneide tra cunto e pupi e sto lavorando anche alla Tosca di Victorien Sardou perché mi piacerebbe raccontare la storia che c’è dietro l’opera, com’è nata, perché il drammaturgo ha scritto quel testo. Quella vorrei portarla in scena tra novembre e dicembre”.

Un fiume che si rinnova

Tutto questo mondo, di pupi, teatrini, ceci arrostiti da sgranocchiare e cavalieri da ammirare sembra così lontano dalla fredda modernità che rischia di perdersi, senza eredi di maestri che l’hanno vissuto e se lo portano dietro, attraversando tempi, mode e Italie. Mimmo Cuticchio, che difende questo patrimonio anche con l’Associazione Figli d’Arte Cuticchio, però ci rassicura “perché la tradizione è un fiume e la sua vita è l’acqua, che scorrendo si rinnova continuamente alimentata dalla pioggia. Non si tramanda sempre identica di padre in figlio, ma si rinnova e prosegue nella corsa. Pupi, burattini, marionette si trasformeranno ma continueranno a vivere se ci si crede veramente. Già al tempo di mio padre sembravano finiti e invece siamo ancora qui, dopo cinquant’anni, a parlarne, ad andare in scena, a raccontare”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)

Poste Italiane Dic 25

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