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Portavoce o megafono

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Il problema non è la velina, che c’è sempre stata e sempre ci sarà. Anche dura, scorretta, a volte sguaiata. Nella forma e nel contenuto. In questo caso, nell’affaire Casalino, ci sono aspetti che vanno oltre. Non è solo una questione di comunicazione, che può essere più o meno efficace a seconda dei punti di vista. E’ soprattutto una questione di potere.

Un portavoce come Rocco Casalino può commettere errori, fare gaffe, minacciare i giornalisti o solo sminuirli prevedendo la prossima chiusura dei loro giornali. Ma non può mandare un messaggio vocale, ad alcuni giornalisti, senza avere la precisa intenzione di volerlo diffondere il più possibile. Se così fosse, se la sua fosse un’ingenua apertura di fiducia nei confronti dei suoi interlocutori, andrebbe prima compatito e poi allontanato per manifesta incapacità nell’esercizio della sua funzione. E a farlo dovrebbe essere quello che, fino a prova contraria, è il suo datore di lavoro: il premier Giuseppe Conte.

Ma Casalino non è né ingenuo né sprovveduto. Quello che ha inviato è un messaggio chiaro, a tutti: il Movimento è pronto a utilizzare qualsiasi strumento per convincere gli italiani di essere determinato a centrare gli obiettivi promessi. La chiave non è tanto il reddito di cittadinanza ma l’ostentazione della volontà di difendere una misura di bandiera. E gli uomini del Mef, in quanto uomini dello Stato che nella maggior parte dei casi lavorano per lo Stato e non per il Movimento di turno, sono il bersaglio migliore. Per questo, l’audio di Casalino deve essere valutato per quello che è: non il messaggio di un Portavoce ma il suono, volutamente invasivo e distorto, di un megafono.

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