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Serena Williams, ben oltre la finale persa

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Dal campetto in cemento e schegge di vetro nel ghetto di Compton, Los Angeles, alla 31esima finale in una prova del Grand Slam, a New York. Serena Williams non ha vinto lo Us Open e perdendo contro la giapponese Osaka non ha centrato il ventiquattresimo titolo nei tornei major, record che avrebbe condiviso con Margaret Court. Ma si è comunque compiuto l’ennesimo ritorno alla grandezza, in due settimane che hanno minato il fisico di ventenni, tra caldo e umidità record nella Grande Mela.

Serena si è messa tutto alle spalle, a furia di ace ha superato la gravidanza, il parto e il successivo embolo di sangue nell’addome che l’ha portato a un punto dalla morte. E quindi ha vinto, di nuovo, anche se non ha alzato questo trofeo. E non per la finale numero 31 nei tornei dello Slam, avanti a tutti, da Federer a Nadal, Djokovic, Graf. E’ andata ben oltre le previsioni di papà Richard, che aveva disegnato a tavolino la sua carriera da numero uno al mondo (e quella della sorella maggiore Venus), colpo dopo colpo, nei bassifondi angeleni, sudore e lavoro tra malavita e spaccio di droga.

Serena, a 37 anni, è fuoriclasse senza tempo, mamma, imprenditrice, stilista, pasionaria di diritti civili. E’ una figura cardine dello sport americano, ben oltre il potere delle racchette, voce ascoltata (si è schierata con Nike sulla spot con protagonista Kaepernick, il campione del boicottaggio dell’inno americana, per la furia di Trump), per quella naturale tendenza a colpire forte, come fosse da fondocampo, contro le consuetudini dello sport che mettono le donne in secondo piano, come le tenniste che guadagnano meno degli uomini.

In carriera ha incassato oltre 85 milioni di euro. Quarta di sempre, tra uomini e donne, dietro al trio Federer-Nadal-Djokovic, contando solo i premi. E solo da qualche torneo c’è in palio lo stesso montepremi tra i due sessi nelle competizioni del Grand Slam. Potrebbe fermarsi, Serena. La sua strada lontana dalla racchetta è già tracciata. Percorsi che si è costruita da sola, mentre molte delle baby prodigio come lei, da Jennifer Capriati a Monica Seles, si sono perse, per motivi diversi, lungo la strada.

Dalla moda alla finanza, linee di vestiti, le quote di minoranza dei Miami Dolphins (Nfl), agganci nella Silicon Valley, un portfolio di multinazionali pronto ad accoglierla. Secondo il Celebrity DBI di Repucom, che misura il potenziale di un personaggio famoso in 15 mercati, è perfetta testimonial per il 72% degli interpellati e modello fino all’85% delle americane under 24. Ed è una conseguenza del suo ruolo a sostegno della parità di genere, delle mamme lavoratrici. Incisiva e mediatica, come Michelle Obama, Oprah Winfrey.

A New York è andata in campo con temperature equatoriali con calze contenitive per scongiurare i rischi di trombosi (in passato ha sofferto un’embolia polmonare, oltre all’ematoma post parto). E una volta fuori dal campo, dopo le polemiche successive al tutù indossato durante le partite, cat-woman che aggredisce le avversarie tra ace e punti da fondocampo, ha fatto indossare alla figlioletta (con foto su Instagram) lo stesso, criticato, tutù, simbolo della resilienza femminile che spazza via i tentativi di ingabbiarne creatività e libertà. E mesi fa, al Roland Garros, Serena aveva lanciato il look da Black Panter, che i bigottoni di Parigi hanno provveduto a mettere al bando.

Ma lei, sempre avanti, come un caterpillar: è arrivata la sua linea di moda, abiti in vendita sul suo sito, tra i 30 e 250 dollari circa, l’ingresso nelle griffe in prima persona, dopo le collaborazioni con HSN (linea presentata alla Fashion Week di New York) e Nike e la realizzazione di linee di borse, gioielli. E lo scorso anno, durante la pausa che ha portato al parto, Serena si accomodata al tavolo del consiglio di SurveyMonkey della Silicon Valley e poco dopo alla conferenza Sheknows Media # BlogHer17, è stata ambasciatrice di una fondazione per aiutare le vittime di abusi domestici familiari. Insomma, la sua storia è già leggenda, a prescindere da una finale persa.

 

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