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L’hackaton, nuova frontiera per trovare lavoro

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Due o più giorni per dimostrare di avere un’idea tanto brillante che possa valere un posto di lavoro. Le chiamano ‘hackathon’, in italiano ‘maratone di hacking’, ovvero festival che possono andare avanti per giorni e durante i quali gli appassionati di informatica e tecnologia. E anche se a una prima occhiata possono sembrare un modo un po’ brutale di ottenere un lavoro, da qualche anno sono uno dei metodi preferiti dalle grandi multinazionali per entrare in contatto con i giovani talenti digitali appena usciti da università o master o da chi ha appena fondato una startup. A Milano il 27 e 28 settembre si è tenuto il secondo hackathon di Univeler, multinazionale anglo-olandese proprietaria in Italia di marchi come Dove, Sunsilk, Knorr, Algida, Magnum, Lipton, Mentadent, Svelto e Coccolino. Duecentosedici ragazzi, tutti di età intorno ai 25 anni, divisi in 36 squadre, si sono sfidati a suon di progetti per realizzare il migliore in tre ambiti di lavoro: uno per migliorare l’esperienza del consumatore dei marchi Unilever attraverso l’intelligenza artificiale e la realtà aumentata, uno di influencing marketing su specifici brand e un terzo piano di e-commerce per andare oltre i modelli più utilizzati oggi. A vincere è stato il team “Esagono” con il progetto “Unilever Craft AR”: la squadra ha immaginato una app che mostra al consumatore, attraverso la realtà aumentata, come utilizzare in maniera sostenibile i prodotti. Abbiamo parlato con Gianfranco Chimirri, 40 anni, dal 2017 direttore delle risorse umane di Unilever Italia, del tema della selezione dei propri dipendenti attraverso gli hackathon.

Quali sono i vantaggi di ricercare talenti così e non più attraverso il tradizionale curriculum vitae e colloquio di lavoro?
Gli hackathon sono un sistema innovativo per le grandi aziende che sono sempre alla ricerca di nuove persone da introdurre nelle proprie fila. È un modello che funziona perché da una parte chi partecipa è più stimolato: deve realizzare un progetto che piaccia e poi deve convincere la giuria (nel caso di Unilever formata da cinque membri della multinazionale e da cinque esterni, ndr) che quello che ha creato è esattamente quello che stanno cercando in Unilever. E funziona per noi, perché in questo modo veniamo in contatto con moltissimi ragazzi appassionati e molto preparati.

Perché oggi un neolaureato dovrebbe partecipare a un hackathon per trovare lavoro?
Venire a un hackathon è una esperienza più gratificante di un colloquio di lavoro. È vero che non tutti quelli che vi partecipano verranno assunti, però è anche vero che in questi anni i ragazzi che abbiamo incontrato erano più interessati a far conoscere la loro startup, la loro azienda, piuttosto che all’avere un posto di lavoro a tempo indeterminato da noi. Ricordiamo che anche coloro che non vengono selezionati tramite l’hackathon, se sono bravi, vengono notati da noi e magari anche dai membri esterni della giuria che possono, a loro volta, valutarli per le proprie aziende. Partecipare a un hackathon è in realtà una bella sfida sia per l’azienda che per chi vi partecipa. Noi diamo loro una metodologia e loro danno a noi una ventata di innovazione digitale: è una soluzione vincente per entrambi.

Che tipo di ragazzi si presentano agli hackathon? Sono preparati?
Moltissimo. Noi facciamo una preselezione in base al curriculum e soprattutto in base al background digitale. Siamo andati a cercare tra i neolaureati delle università – poche per la verità – che in Italia fanno percorsi digital e soprattutto abbiamo attinto dal mondo delle “school of digital”, tipo la Tag Innovation School di Milano, e delle startup. Ne è venuto fuori un mix vincente che ci ha permesso di avere all’hackathon persone con una spiccata propensione e preparazione nel campo dell’intelligenza artificiale: di questo siamo molto stupiti, considerando quanto è ostico e complesso come tema. Ma siamo davvero soddisfatti di questo secondo hackathon, non era scontato riuscisse così bene.

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