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Una startup da 500mila euro in un solo giorno

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Una startup fintech italiana ha raccolto più di 500mila euro in meno di 24 ore. Si chiama Soisy e la sua campagna di equity crowdfunding per l’aumento di capitale ha raggiunto, superato e rilanciato, l’obiettivo che si era inizialmente prefissata in meno di un giorno. L’azienda, nata nel 2015, è l’unico marketplace in Italia specializzato in prestiti tra privati per finanziare i pagamenti degli acquisti nei negozi fisici e online. Il 46% degli italiani acquista online, ma pochissimi di loro pagano a rate quello che comprano. “Eppure, ogni anno in Italia vengono finanziati 23 miliardi di euro per gli acquisti nei negozi fisici e quasi zero per quelli online”, spiega il fondatore e ceo di Soisy Pietro Cesati con un passato da manager in Unicredit e Bnl Bnp Paribas . L’idea della startup è stata quella di colmare questo gap, permettendo ai clienti degli e-commerce di pagare a rate i loro acquisti e agli investitori privati e istituzionali di finanziarli attraverso questa piattaforma.

Chi sta investendo nella campagna di equity crowdfunding
Cercando di fare un’analisi della prima giornata di raccolta fondi si scopre che: il 17% degli investitori erano già soci di Soisy, il 23% già clienti della società e il 60% perfetti sconosciuti, ossia investitori privati e istituzionali che hanno investito nella campagna di crowfunding circa 4.000 euro a testa. Considerando la cifra raccolta in 24 ore (circa 536mila euro), il 60% è arrivato da grossi investitori (ossia quelli che ci hanno messo più di 50.000 mila euro) e tutto il resto da piccoli. L’overfunding a così poche ore dall’apertura della campagna “è un risultato che non stupisce, visto che la startup vanta numeri di tutto rispetto: una crescita pari a circa il 500% nell’ultimo anno, 2.000 clienti finanziati, oltre 100 e­commerce e negozi partner e quasi 600 investitori privati”, fa sapere la società che ora punta a trovare altri 400.000 euro.

Cosa è il social lending e come viene regolato
Soisy lavora nel settore del social lending (o peer to peer lending), un’attività che si potrebbe facilmente spiegare con l’applicazione della sharing economy al settore del credito. Si tratta, infatti, di un servizio con cui privati e aziende, senza rivolgersi a banche o finanziarie, ricevono previsti direttamente da altri privati e aziende. L’incontro tra domanda e offerta avviene in un marketplace virtuale gestito da una società di prestiti tra privati che non fa né riceve credito ma si limita a garantire il funzionamento della piattaforma evitando i costi delle banche. In Italia, i prestiti tra privati crescono, ma abbastanza lentamente. Nel 2018 hanno superato i 100 milioni di euro l’anno (nel Regno Unito hanno superato i 2,7 miliardi di sterline già nel 2015 crescendo del 70% rispetto all’anno precedente). Questa attività è regolata dalla Banca d’Italia che definisce il social lending “uno strumento attraverso il quale una pluralità di soggetti può richiedere a una pluralità di potenziali finanziatori, tramite piattaforme on-line, fondi rimborsabili per uso personale o per finanziare un progetti”.

Benefici e rischi secondo Bankitalia
Una maggiore diffusione delle piattaforme di social lending secondo un paper della Banca d’Italia può comportare numerosi benefici: “può contribuire alla riduzione del costo dell’intermediazione finanziaria, consentire una maggiore diversificazione del portafoglio di famiglie e investitori istituzionali e può migliorare le condizioni finanziarie delle famiglie e delle Pmi aumentando l’offerta di credito a loro diretta e permettendo di ridurne la dipendenza dal debito bancario”. Fondamentalmente, la disintermediazione del credito e l’uso intensivo delle nuove tecnologie permettono a queste piattaforme di ridurre i costi. Ad esempio, cita sempre Bankitalia, “è stato stimato che la sola spesa per mantenere una rete fisica di filiali rappresenti per le banche circa il 3 per cento del totale dell’attivo”. Grazie a queste società fintech dovrebbe essere quindi possibile per i debitori ottenere condizioni di finanziamento più vantaggiose e per gli investitori conseguire rendimenti più elevati rispetto a quanto non avvenga rivolgendosi a intermediari tradizionali. A fronte di questi benefici esistono tuttavia rischi che non devono essere trascurati. In primo luogo, la Banca d’Italia mette in allerta da quelli riguardanti un’allocazione non efficiente del risparmio e la stabilità finanziaria. C’è poi il rischio che debitori e investitori non vengano informati in modo corretto e trasparente.