10 Novembre 2018

Politiche attive per il lavoro, la macchina è ferma

Salvo Ingargiola

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“E’ come avere un’auto rotta. Non è mettendoci il pieno di diesel o benzina che risolvi il problema”. Parte da questa metafora il ragionamento di Aldo Bottini, avvocato e presidente dell’Agi (Associazione giuslavoristi italiani), sul decreto dignità e le politiche attive sul lavoro. Su questo fronte, “il modello è la Germania”. A confermarlo sono i numeri: l’Italia spende solo 750 milioni di euro per i servizi pubblici per l’impiego: cifra che serve a coprire il costo di circa 9 mila dipendenti dei centri per l’impiego pubblici. Questo investimento è nettamente inferiore rispetto ai 5,5 miliardi di euro spesi dalla Francia e agli 11 miliardi di euro sostenuti dalla Germania. “Eppure – precisa Bottini – non è solo un problema di risorse”. Ecco perché il ‘pieno’ serve se la macchina già funziona. “L’Anpal – spiega l’avvocato giuslavorista – Agenzia nazionale per le politiche attive sul lavoro prevista dal Jobs Act – non è decollata. Dopo il fallimento del referendum costituzionale, le Regioni si sono tenute strette le competenze in materia di politiche attive sul lavoro sui cui rimane, tra l’altro, una situazione a macchia di leopardo da Nord a Sud”. “A mio avviso – precisa – l’idea di creare un ente centrale non era sbagliata. Quel processo si è fermato. Poi certo c’è anche un problema di risorse”.

Il tema delle politiche attive sul lavoro è uno degli aspetti di cui si parla molto in queste settimane. Tutto nasce col Jobs Act, una delle creature del Governo Renzi, nella scorsa legislatura. Tra l’altro, questa settimana sono state rese note le motivazioni della sentenza della Consulta che ha bocciato la parte del provvedimento che riguarda i licenziamenti ingiustificati. I giudici della Corte costituzionale hanno stabilito che è incostituzionale il criterio di determinazione dell’indennità che spetta al lavoratore licenziato ingiustamente. In altre parole, l’unico parametro previsto dal decreto legislativo n. 23/2015 (Jobs Act) e confermato dal decreto dignità è l’anzianità di servizio. Questo meccanismo, per la Corte, non basta.

La sentenza non stravolge il Jobs Act, tutt’altro“, chiarisce subito Bottini. L’architettura normativa della riforma del lavoro rimane intatta. La novità principale introdotta dal Jobs Act, infatti, riguarda l’introduzione del meccanismo dell’indennizzo in caso di licenziamento del lavoratore dipendente (il reintegro è previsto solo in casi gravi come la discriminazione). Questo fattore di novità la sentenza della Corte non lo tocca. Ciò che, invece, sottolineano i giudici della Consulta è un altro aspetto: l’indennizzo non può essere calcolato tenendo conto soltanto dell’anzianità di servizio in quanto “questo aspetto contrasta con i principi costituzionali e con la Carta sociale europea”. Secondo quanto prevede, infatti, l’articolo 3 comma 1 del decreto legislativo n. 23/2015, “non si tiene conto delle situazioni specifiche e personali”. “Dunque – traduce il presidente Bottini – si passa così da un criterio rigido (lo stesso indennizzo uguale per tutti) a un’eccessiva aleatorietà”.

Il termine ‘rigidità’ è chiave nella conversazione con Bottini che, quando affronta il tema del decreto dignità – il primo provvedimento politico del Governo Conte – chiarisce subito che la sua è una posizione personale ma non esprime quella dell’Associazione che rappresenta (l’Agi) all’interno della quale coesistono diversi orientamenti e sensibilità sul tema. La Legge n.96/2018 introduce alcuni elementi di novità per le imprese: oltre ai limiti quantitativi per il rinnovo dei contratti a termine, scende la durata temporale dei contratti da 36 a 24 mesi. “Ma ciò che crea maggiore incertezza è il sistema delle causali”.

Bottini fa una sorta di cronistoria e racconta le varie ‘tappe’ legislative a proposito di riforma del lavoro. La legge del 1962 prevedeva una casistica tassativa di ipotesi in cui era possibile stipulare il contratto a termine. “Siamo tornati indietro a quella legge”, spiega. Il decreto dignità, secondo questa chiave di lettura, irrigidisce la normativa. “Tutto questo creerà solo un aumento dei contenziosi. Le casuali creano un’incertezza applicativa“, spiega Bottini, che si lascia andare a una provocazione: “Paradossalmente sarebbe meglio applicarle fin dall’inizio”. Di certo, il presidente Agi non condivide la posizione di chi demonizza i contratti a termine che, secondo gli ultimi dati Istat, sono sì in diminuzione ma “non mi pare – puntualizza Bottini – che ci sia un corrispondente aumento dei contratti a tempo indeterminato”. Il decreto dignità, in linea di principio, ha lo scopo della stabilizzazione dei lavoratori e “certamente questo obiettivo è condivisibile ma fallisce nel raggiungerlo“. La parola d’ordine è rendere più attraenti e semplici il contratto a tempo indeterminato. In parole povere, ridurne il costo in primis. “E, invece, così si viaggia nella direzione opposta. Assumere costa e licenziare costa di più”. Troppe rigidità, appunto.

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