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Sangalli: servono calo tasse e prospettive di crescita

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Il commercio è in salute, nonostante tutto. Sulle chiusure domenicali va trovato un punto di equilibrio, mentre al governo non si può che chiedere di diminuire il carico fiscale e offrire a imprese e cittadini una prospettiva credibile di crescita. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, guarda con sostanziale ottimismo al 2019. Anche se troppe tasse, burocrazia e illegalità continuano a pesare.

Qual è la sua valutazione della situazione del commercio italiano nel 2018?
Positiva perché, nonostante l’economia e i consumi, per diversi motivi, siano in frenata, il valore aggiunto del commercio ha comunque tenuto anche in questo difficile 2018. I nostri imprenditori sono tenaci e non si arrendono difronte alle avversità, sono abituati a rimboccarsi le maniche per soddisfare il cliente e a cooperare per creare valore. E questo, nel commercio, lo fanno e continuano a farlo, quotidianamente e indistintamente, piccoli, grandi, tradizionali e innovativi.

Il fondatore di Eataly Oscar Farinetti ha dichiarato: “La chiusura domenicale avrebbe conseguenze apocalittiche”. Lei è d’accordo?
Su questo tema noi crediamo che sia necessario trovare un punto di equilibrio tra le esigenze dei consumatori, la libertà delle scelte d’impresa e la giusta tutela della qualità della vita di chi lavora nel mondo del commercio. Un punto di equilibrio particolarmente importante per il modello distributivo italiano caratterizzato da una vitale compresenza di piccole, medie e grandi superfici di vendita. Serve, quindi, ascolto, attenzione e dialogo per evitare di passare da un eccesso all’altro, dalla liberalizzazione totale alla chiusura per tutte le domeniche.
Secondo Lei la Gdo è destinata a soppiantare quasi totalmente i piccoli esercenti nei grandi centri?
Tante imprese di diverse dimensioni ampliano le possibilità di acquisto dei cittadini. Non riesco, dunque, a immaginare l’Italia senza negozi di prossimità o ambulanti anche perché oggi il negozio di vicinato si innova e si specializza puntando sulla qualità e sul servizio. Il pluralismo distributivo è una ricchezza per il nostro Paese da salvaguardare e valorizzare. Ed è una caratteristica che va vissuta come esito e, assieme, pre-condizione per una compiuta e funzionante democrazia economica.

Quali risultati ricorda con maggior soddisfazione della Sua Presidenza di Confcommercio?
Mi piace pensare che le soddisfazioni più grandi debbano ancora venire, ma credo di poter dire con orgoglio che in questi anni abbiamo lavorato con passione, dedizione e impegno al servizio dei nostri associati, del terziario di mercato nel suo complesso e anche per un Paese più moderno, più giusto, più inclusivo.

Ci riveli 3 punti di forza dei commercianti italiani e 3 gap da colmare per il 2019
Il primo punto di forza lo voglio sintetizzare in una parola, che oggi va molto di moda, ma che credo renda bene l’idea: resilienza, cioè capacità di mostrarsi reattivi e vitali anche nelle difficoltà. Il secondo, in ottica macrosettoriale, è il pluralismo distributivo in un sistema concorrenziale ragionevolmente regolato. Il terzo è la capacità di innovare, rinnovandosi. Penso al commercio elettronico che deve essere visto come un’opportunità e un nuovo canale a disposizione anche dei piccoli negozi. I gap da colmare, purtroppo, sono molti più di tre e hanno a che fare con l’ambiente spesso sfavorevole, talvolta ostile, in cui gli imprenditori ogni giorno devono operare.

Oggi conviene più essere un commerciante o un imprenditore di GDO?
Penso che chi fa impresa, indipendentemente dalle dimensioni della sua attività, deve essere considerato a pieno titolo un imprenditore con la i maiuscola. Perché rischia in proprio, dimostra coraggio e soprattutto, per rimanere sul mercato, non può improvvisarsi. Infatti, un’impresa, a qualsiasi livello, richiede oggi competenze manageriali, di marketing, di pianificazione, di gestione del personale e dei meccanismi di funzionamento e di redditività del business, di conoscenza sulle preferenze e i comportamenti d’acquisto dei consumatori. In questo senso Confcommercio offre ai propri associati, anche tramite la pubblicazione della collana editoriale Le Bussole, assistenza quotidiana per una gestione d’impresa più consapevole, più matura, più propriamente manageriale.

Secondo Lei dove sta andando il commercio italiano?
Come dicevo prima le basi del settore sono buone ma viviamo in tempi difficili. Burocrazia ed eccesso di carico fiscale, da una parte, deficit logistici e di legalità, dall’altra, comprimono inevitabilmente la redditività delle imprese e il rendimento atteso degli investimenti. Così siamo più vulnerabili. La preoccupazione è che a fronte di una caduta della produzione il saldo negativo tra aperture e chiusure delle attività commerciali possa accentuarsi. E questo non possiamo e non dobbiamo permetterlo come Paese, come imprenditori, come cittadini.

Cosa chiede all’attuale Governo?
Di rafforzare le scelte per la crescita, per l’occupazione, per gli investimenti che sono certamente il modo migliore per una progressiva riduzione del debito pubblico anche perché siamo in una fase di rallentamento dell’economia. Insomma, non ci sono ricette da inventare: bisogna proseguire in un percorso ordinato, certo e lungimirante, di diminuzione del carico fiscale e far aumentare la fiducia offrendo a famiglie e imprese una credibile prospettiva di crescita.

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