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Rdc, fra mito e realtà

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Sta trovando per la prima volta attuazione in Italia uno strumento generale di lotta alla povertà. Novità rilevante e finanziariamente costosa, la cui promessa è stata probabilmente decisiva nelle ultime elezioni.
Ma una novità la cui comunicazione è stata ed è governata dalle esigenze della propaganda, da parte di chi la promette come da parte di chi la avversa. E’ dunque utile provare a chiarire qualche fatto, necessario per potersi fare una opinione informata. Anzitutto il nome è diverso dalla cosa. Basta uno sguardo a Wikipedia per accorgersene: reddito di cittadinanza sarebbe una erogazione di danaro pubblico concessa a tutti i cittadini, ricchi o poveri, occupati o disoccupati, single o coniugati. La misura di cui si parla è invece rigidamente condizionata: ai livelli di reddito e di patrimonio, allo stato di famiglia, etc. Non è detto che ciò sia un male, e gli economisti discutono da numerosi decenni sulla opportunità o meno di utilizzare lo strumento del reddito di cittadinanza per combattere la povertà. Basti però riconoscere che ciò di cui si sta parlando non è un reddito di cittadinanza.

Neanche è una misura per la crescita economica. Il perché è presto detto. Oggi una persona inoccupata non percepisce nessun beneficio pubblico; ha così il massimo incentivo possibile a trovarsi un lavoro. Con la nuova misura percepirà un reddito anche restando inoccupato. L’incentivo a cercarsi un lavoro si ridurrà. Ci sarà una minore offerta di lavoro e quindi, su questo la generalità degli economisti è d’accordo, una minore crescita economica nel lungo periodo. Ovviamente una società può scegliere di ‘comprare’ una minore diffusione della povertà pagandola in termini di minore crescita economica. Ma il fatto è certo: la nuova misura non accresce il tasso di crescita dell’economia italiana, bensì lo riduce, in nome di una maggiore eguaglianza.

Per evitare di sussidiare i fannulloni, si prevede che l’erogazione sia subordinata alla partecipazione a un percorso di formazione professionale. Ma di quanta altra formazione professionale pubblica fasulla abbiamo ancora bisogno per renderci conto del fatto che non funziona? Il coinvolgimento di strutture non pubbliche nel gigantesco programma di formazione implicito nella misura appare indispensabile.

Perché mai, poi, le persone sussidiate dovrebbero cercarsi un lavoro, se nel momento in cui lo trovano perdono una somma del sussidio pari al nuovo stipendio?

Una piccola e fortunata raccolta di poesie di W. H. Auden si intitolava “La verità, vi prego, sull’amore”. Più prosaicamente, qui potremmo concludere con “la verità, vi prego, sul reddito di cittadinanza”.

(estratto di un articolo pubblicato sul numero di gennaio di Fortune Italia)