6 Marzo 2019

Italia, centro di innovazione diffusa: la strategia di Cisco

Giorgio Nadali

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Connettere, comunicare, diffondere competenze digitali. Agostino Santoni, amministratore delegato di Cisco Italia, parla dei risultati e degli obiettivi di un gruppo che è in prima linea nel mondo nel sostegno all’innovazione delle imprese.

Quali sono stati i traguardi raggiunti da Cisco nel 2018 e quali sfide vi attendono quest’anno?

Nel 2018 abbiamo ottenuto molti risultati consolidando gli sforzi fatti nel nostro piano di investimenti Digitaliani. Dai protocolli di intesa con regioni e comuni (Liguria, Genova) alle collaborazioni con tante aziende italiane che abbiamo aiutato a digitalizzarsi in ottica 4.0, come Marcegaglia, Paglieri, Tacchificio del Brenta, Dallara. Se devo scegliere, voglio ricordare in particolare due cose. La prima: avere raggiunto con dieci mesi di anticipo l’obiettivo di formare 100.000 studenti italiani con i nostri corsi Cisco Networking Academy dedicati alle competenze digitali chiave per il futuro. La seconda: l’aver attivato, portando a Napoli anche il nostro ceo Chuck Robbins, una collaborazione con l’Università Federico II e aver fatto nascere in pochi mesi una Digital Transformation Academy che prepara professionisti che prima non esistevano per il mondo del digitale. Il 2019 lo abbiamo già iniziato bene siglando un accordo con il Comune di Torino per rendere più sicuri i servizi smart city ed annunciando un’espansione della partnership con Tim, già annunciata nel 2018, sia per offrire alle aziende italiane servizi di cybersecurity e gestione di reti e soprattutto per sperimentare casi d’uso concreti sul 5G. Abbiamo in cantiere molto altro, su vari ambiti: progetti per la riqualificazione in ottica di competenze digitali di chi già lavora, nuove collaborazioni con il mondo accademico, progetti di innovazione nel pubblico e nel privato. Non ci fermiamo di certo.

Lei è stato presidente di Assinform, associazione di Confindustria che rappresenta le aziende italiane del settore Ict. Come si devono muovere?

Se le aziende Ict italiane sapranno diventare partner dei loro clienti per offrire loro soluzioni concrete, capaci di creare valore reale, potranno sfruttare l’onda delle nuove tecnologie, le possibilità che si apriranno con le nuove reti 5G  ad esempio. In ombra, vedo la questione delle competenze: il panorama cambia talmente velocemente che le aziende Ict stesse devono accelerare l’acquisizione di competenze nuove per loro e fanno fatica a trovare le persone giuste sul mercato. Facendo sistema, credo che insieme si potranno creare meccanismi per affrontare questo gap che rischia di rallentarci non poco.

Come è cambiata Cisco Italia da quando nel 2012 ha assunto il ruolo di ceo e di quali risultati va più fiero?

Cisco è cambiata tanto in questi anni. La trasformazione del mercato, del paese, dello scenario tecnologico ci ha portato a profondi cambiamenti anche organizzativi per andare incontro alle esigenze dei nostri clienti. In questi anni più che mai la tecnologia è “uscita” dai datacenter, dai router, dai pc ed è entrata ovunque – in ogni settore, anche, e questo per noi ha significato riuscire a diventare rapidamente competenti in ambiti non tradizionalmente Ict – pensiamo all’industria manifatturiera – per riuscire a creare concretamente innovazione. Ci siamo allargati e ci siamo aperti all’ecosistema a 360 gradi: abbiamo scelto di lavorare per fare dell’Italia un centro di innovazione diffusa (Innovation Exchange) andando là dove l’innovazione si fa e cresce, con un modello distribuito che sicuramente è faticoso, ma è anche ricco di valore. In tutto questo le nostre persone sono state bene, stanno bene: una grandissima soddisfazione per me è che Cisco sia da tre anni consecutivi al primo posto della classifica Great Place to Work italiana.

Cosa vede all’orizzonte 2020/2025 del Networking aziendale? 

Vedo un orizzonte in cui la rete si guadagnerà una assoluta centralità come abilitatore dell’innovazione aziendale:  grazie alle sue performance, ala sua sicurezza, ala sua flessibilità, alla capacità di far dialogare una quantità incommensurabile di “cose”, macchine, processi, componenti diversi e sempre nuovi.  Oggi abbiamo a disposizione tecnologie che sono semplici, sicure, programmabili: che ci permettono di attivare trasformazioni importanti con una rapidità che non ha precedenti. Questa semplicità è supportata da quella che noi definiamo da qualche anno la rete intuitiva: la rete del futuro è una rete che è sempre più intelligente, si auto ripara, si auto gestisce, si auto protegge grazie alle potenzialità del machine learning.  Se guardo al 2025 guardo a un futuro molto prossimo in cui il 5G che adesso sta iniziando a prendere forma sarà una realtà che via via andrà affermandosi – le nostre previsioni prevedono che nel 2022 l’11% del traffico dati mobile sarà su reti 5G.  Con questo cambierà ancora una volta tutto in termini di banda, di potenzialità, di capacità di creare servizi.

Grazie alla trasformazione digitale, il mercato Ict italiano ha raggiunto nel 2018 i 30 miliardi di euro, crescendo dello 0,7% rispetto al 2017, con una prospettiva di incremento dell’+1,6% nel 2019. Ci commenti questi dati.

C’è da dire che il settore ICT in questo momento sembra cavarsela. Se guardiamo ai dati di investimenti che proprio Anitec-Assinform diffonde, abbiamo un mercato che continua a crescere un po’ alla volta, spinto dalle scelte di investimenti delle grandi e medie aziende ma anche dal fermento positivo provocato da piani di valore come il piano Industria 4.0 su tutti i livelli del nostro tessuto economico.  La mia visione è che questa crescita continuerà nei prossimi anni, perché abbiamo superato la prima fase di adozione delle tecnologie: oggi sia nel settore pubblico sia nel mondo privato è assodato che il digitale debba essere parte integrante di ogni trasformazione. Quanto questo potrà aiutare anche la crescita complessiva del paese dipende dalla velocità e dall’agilità con cui sapremo muoverci.

Lei è d’accordo col presidente di Assintel, Giorgio Rapari, che ha detto: “per cogliere in pieno i benefici macro-economici della trasformazione digitale occorre creare condizioni di contesto che incentivino sia la collaborazione, sia una governance del processo”. Come pensate di riuscirci?

L’approccio descritto da Rapari è in linea con quello che già facciamo anche noi quando strutturiamo progetti con i nostri clienti o apriamo collaborazioni con le istituzioni sui temi del digitale.  Solitamente, quando si parla di condizioni di contesto per l’innovazione, si citano cose come la presenza delle infrastrutture di rete, semplificazioni operative e burocratiche, quadro normativo di riferimento: sono tutte cose essenziali ma per creare processi che siano gestibili nel tempo, ordinati e funzionali bisogna adottare una visione della collaborazione fatta di ascolto, di condivisione. E’ quello che noi facciamo ad esempio quando andiamo a proporre dei protocolli di intesa a livello di enti locali, puntando su modelli di partnership pubblico-privata che coinvolgano tutti gli attori e tutti gli stakeholder rilevanti.

Che tipo di formazione state adottando?

Come azienda puntiamo moltissimo sulla formazione per i nostri dipendenti, che spesso sono ben disposti a sperimentarsi in ambiti professionali diversi con una mobilità tra diverse funzioni;  formare sia sugli skill operativi sia su soft skill e leadership è un preciso impegno del nostro ‘patto’ con chi lavora per noi. Oggi anche per noi evolvere le competenze interne su tutte le tecnologie emergenti – big data, cybersecurity – è un’esigenza importante. Tra i modi in cui la soddisfiamo c’è una anche collaborazione con il mondo dell’università,  ad esempio con il Politecnico di Milano, per dei percorsi di aggiornamento

 

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