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Tim senza pace (che serve)

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Vivendi contro Elliott e, ovviamente, Elliott contro Vivendi. Con il presidente Fulvio Conti a fare da arbitro, il collegio sindacale a chiedere chiarimenti, il cda diviso e l’amministratore delegato Luigi Gubitosi che continua ad andare lungo la sua strada, quella industriale. Sarà così almeno fino all’assemblea di Tim del 29 marzo, quando saranno nuovamente ‘pesate’ le forze in campo. Da una parte i francesi, forti del loro 24% e del loro ruolo di primo azionista, dall’altra il fondo americano (al 9,5%), Cdp, che dovrebbe arrivare in assemblea a ridosso del 10%, e gli altri fondi internazionali. Stando ai numeri, potrebbe riproporsi l’esito dell’ultima assemblea, quello che ha determinato la composizione dell’attuale cda, con la maggioranza al fronte guidato da Elliott.

Ma a prescindere dalla contabilità dei voti, comunque decisiva, il tema di fondo resta un altro. Alla società telefonica serve stabilità per poter portare risultati agli azionisti e al Paese. Le scaramucce di queste ore, che sono le stesse degli ultimi mesi e, con qualche protagonista diverso, degli ultimi anni, non sono solo uno scenario. Ma incidono sull’attuazione dei piani industriali, sulle scelte strategiche, sulla pianificazione di medio-lungo termine.

Dal suo arrivo, Gubitosi ha impresso un’accelerazione su diversi fronti. L’alleanza con Vodafone sul piano commerciale per il 5G e i passi decisi verso la rete unica con Open Fiber rappresentano i passaggi più ‘visibili’ di una trasformazione che riguarda l’intero modello di business. Sono fatti concreti, linee di azione che potrebbero portare Tim in una dimensione diversa. Sia da un punto di vista industriale, sia da un punto di vista strategico. L’operazione con Vodafone – per ora solo un accordo non vincolante – porterà le due compagnie ad avere la stessa partecipazione nel capitale di Inwit, la società delle torri, adesso controllata da Tim al 60%. Allo studio c’è la condivisione della componente attiva della rete 5G e 4G, l’ampliamento della collaborazione passando dagli attuali 10mila siti (circa il 45% del totale delle torri delle due società) a una copertura su base nazionale, fino all’aggregazione delle 22mila torri in Italia (11mila quelle di Vodafone). Sul fronte della rete, con l’operatore controllato da Enel e Cdp tutte le opzioni sono aperte – con una citazione, Gubitosi ha indicato che “ci sono 50 sfumature di rete”. I tecnici di Tim e Open Fiber intanto sono al lavoro su 4 tavoli tematici: rete, regolatorio, commerciale e finanza. Ancora niente numeri, ma si esplorano tutte le opzioni, inclusa una completa combinazione societaria. Molto dipenderà dalla strumentazione tecnica della Rab (remunerazione degli investimenti) che sarà stabilità dall’Agcom. Ma già si guarda al modello Terna e Snam. Gubitosi, sull’ipotesi di una rete unica, si sta muovendo in piena sintonia anche con le indicazioni che arrivano dal governo e con i piani dell’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo.

Resta il rapporto con gli azionisti. Ed è proprio guardando agli stessi interessi dei soci che l’unico scenario da evitare è quello attuale. Lo stallo e la conflittualità nell’azionariato e anche all’interno del cda produce instabilità e non fa bene né ai risultati, come ha dimostrato la gestione di Amos Genish, né all’andamento del titolo. In questo caso, le parole di Gubitosi sono state eloquenti. In una società normale il ceo completa il proprio mandato, insieme al board, ed è capace di pagare il dividendo. Quindi questo sarà il nostro obiettivo”. Ecco, una società normale. A Tim servirebbe soprattutto diventare una società normale. E potrebbe riuscirci, dopo l’assemblea del 29 marzo.