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Non è una vera flat tax

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Agli italiani piacerebbe la flat tax; i politici lo sanno, e quindi a loro piace parlarne, soprattutto in prossimità delle elezioni. Purtroppo la discussione che ne segue non è all’altezza del Paese che ha dato i natali alla moderna teoria dell’imposta. Chi avversa la tassa piatta, solitamente la sinistra, usa una argomentazione del tutto sbagliata: noi vogliamo che chi ha di più paghi di più. Che però è esattamente quel che avviene con la flat tax; se l’aliquota è ad esempio il 30%, chi guadagna 100 paga 30, chi guadagna 200 paga 60. Il primo e il secondo usufruiscono nella stessa misura dei servizi pubblici (vedono allo stesso modo difesi i confini nazionali, hanno eguale accesso alla sanità e alla scuola pubblica, usufruiscono nella stessa misura dell’anagrafe comunale, e così via); dunque chi ha di più paga di più per gli stessi servizi, buoni o cattivi che siano.

Appena un po’ più sofisticata l’obiezione di chi, sempre da sinistra, in nome della Costituzione, invoca il criterio della progressività del sistema fiscale, cioè che chi ha di più debba pagare di più non solo in valore assoluto, ma anche in proporzione al proprio reddito (nel nostro esempio, che paghi 70 o 80, e non solo 60). Perché, piaccia o meno, la progressività delle imposte è stata ormai cancellata per i redditi fondiari, per i redditi da capitale, per i redditi immobiliari. Così la progressività viene applicata solo ai redditi da lavoro; ed è ben strano che la sinistra voglia un sistema fiscale che finisce per penalizzare proprio il lavoro. Senza contare che se proprio la si vuole, questa progressività può essere ottenuta anche con una imposta ad aliquota unica, attraverso l’applicazione di una detrazione fissa in valore assoluto.

Purtroppo pure di scarsissimo pregio sono le proposte e le modeste realizzazioni della parte politica che la flat tax dice di volerla.

Spiace disilludere qualcuno, ma fra i vantaggi dell’imposta piatta non vi è una diminuzione del carico fiscale: a seconda della aliquota prescelta, essa può generare entrate pubbliche minori, uguali o maggiori rispetto a un sistema ad aliquote progressive per scaglioni. C’è il beneficio della semplicità; ma forse non è il principale nell’era dei calcoli facilitati per tutti dall’informatica. Da un punto di vista economico, il principale vantaggio della flat tax consiste nel fatto che l’aliquota marginale, per ciascun livello di reddito, è uguale all’aliquota media. Se sui primi 100 euro di reddito pago 30, su ogni euro aggiuntivo pagherò 30 centesimi. Un sistema fiscale siffatto è quello che meno di ogni altro scoraggia la voglia delle persone di utilizzare le proprie capacità e il proprio impegno per migliorare le proprie condizioni di vita. E di cosa è fatta la crescita economica se non proprio di questa voglia delle persone di migliorare le proprie condizioni? E qual è il cuore dei problemi economici, sociali, fors’anche politici dell’Italia se non la mancanza di crescita economica? Dunque, un sistema fiscale impostato su un prelievo proporzionale sui redditi sarebbe particolarmente adatto all’Italia. A patto di non snaturarlo.

Purtroppo quanto è stato fin qui realizzato sotto il nome di flat tax, cioè il regime forfettario destinato agli operatori economici con ricavi inferiori ai 65.000 euro annui, rappresenta una vera e propria usurpazione del nome. Infatti, già sul primo euro di ricavi oltre la soglia si paga ben di più del 15% pagato sui ricavi sotto-soglia, e l’aliquota marginale effettiva può superare il 100%! Difficile immaginare un sistema più efficace nello scoraggiare le persone dall’utilizzare le proprie capacità e il proprio impegno per migliorare le proprie condizioni di vita. Niente di più lontano dalla logica e dalle finalità di una vera flat tax; e dunque lontano anche dal favorire la crescita economica.

Se questo è quel fin qui realizzato, non va meglio con le nuove proposte. Che ipotizzano un meccanismo simile per i redditi da lavoro, vincolato al cumulo dei redditi conseguiti dall’intero nucleo familiare. Nel caso più frequente, che è quello di nuclei familiari con un solo reddito, si disincentiva chi lo produce dall’impegnarsi per accrescere i propri guadagni. Per di più si disincentiva il lavoro degli altri componenti il nucleo familiare. E noi tutti sappiamo come, in un contesto di bassa natalità, l’Italia abbia bisogno che una maggiore quota dei propri abitanti lavori, se vogliamo almeno mantenere il nostro tenore medio di vita.

Non v’è dubbio sul fatto che il nostro sistema fiscale sia ormai vecchio, pasticciato, complicato e ingiusto. Avrebbe bisogno di una riforma vasta, o almeno di una manutenzione straordinaria. Aggiungere altre toppe al vestito di Arlecchino non lo renderà migliore. Anzi, per dirla in una lingua ben nota agli elettori di quella che si chiamava Lega Nord, capita che sia pezo el tacòn del buso. Dare al tacòn il nome di flat tax non migliora il risultato.

(L’articolo è stato pubblicato sul numero di Aprile di Fortune Italia)