19 Novembre 2019

I numeri del franchising italiano, “un settore da 25 mld di euro”

Giorgio Nadali

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Il franchising italiano ha una data di nascita precisa, 18 settembre 1970, quando un’azienda della grande distribuzione, la Gamma d.i., inaugurò a Fiorenzuola d’Adda il primo di 55 punti vendita gestiti da una decina di affiliati. Nel 2020 il franchising italiano compirà dunque 50 anni. Assofranchising nasce nell’ottobre 1971 a Milano: conta oltre 200 brand ‘soci franchisor’ che generano un turnover superiore a 6 mld di euro attraverso le rispettive reti in franchising. Le imprese associate spaziano dalla ristorazione, all’abbigliamento, alla gdo, ai servizi, alla cura e benessere della persona. Dell’associazione e di un settore che ha le potenzialità per “aiutare il commercio tradizionale” abbiamo parlato con il presidente di Assofranchising, Italo Bussoli.

Perché investire nel franchising oggi?

La risposta è abbastanza semplice: il franchising è un sistema di distribuzione più sicuro rispetto al commercio tradizionale e più conveniente. Chi vuole oggi mettersi a fare l’imprenditore nel settore della distribuzione, o fare il commerciante, sostanzialmente ha 2 vie. Il ‘faccio tutto da solo’ (posizionamento, ricerca di Mercato, marketing, eccetera) oppure mi affido ad una rete già consolidata, che ha dimostrato di saper stare sul mercato e ha già avuto uno sviluppo.

Qual è la situazione attuale e quali i numeri del franchising italiano?

Secondo la nostra osservazione che realizziamo tutti gli anni insieme all’osservatorio permanente sul Franchising, collegato con l’Università La Sapienza di Roma, ci sono quasi 1000 franchisor (961). Questi marchi producono un totale di 54mila punti vendita in franchising, tenendo conto che alcuni di questi possono essere pluri-franchising. Siamo ad un giro d’affari complessivo di circa 25 mld di euro, sono punti di Pil importanti. Se tutto questo lo consideriamo poi in chiave anche occupazionale più di 200mila sono gli addetti al settore e si intendono sia i titolari di punti vendita che gli addetti che vi operano.

Che cosa offrite ai vostri associati?

Diciamo subito che Assofranchising è l’associazione dei franchisor: i nostri associati sono i marchi che fanno franchising. A loro offriamo un’assistenza complessiva, una conoscenza del mercato, un’assistenza legale e commerciale e il know how e l’esperienza di Assofranchising. A questo aggiungo anche un concetto di qualità: non distribuiamo “bollini blu” nel franchising. Ma controlliamo i contratti di affiliazione dei nostri soci uno per uno, perché devono rispondere a certi requisiti. L’iscrizione all’Associazione ovviamente non è obbligatoria, ma i nostri associati sono oltre 200 quindi circa il 20% del totale ed è importante sottolineare come questo 20% fa almeno il 60% del fatturato del settore. Per iscriversi all’associazione esistono degli sbarramenti che sono principalmente dati dal numero dei punti vendita attivi in franchising che devono essere almeno attivi per 3 anni. Esiste poi un passaparola oggettivo nel mercato che ci consente di sapere se un marchio negli anni non è andato bene e che quindi riteniamo non possa rientrare tra i nostri associati. Il fatturato è un altro fattore: se hai dimostrato di aver performato bene puoi entrare in associazione. Non esiste un fatturato minimo perché dipende dal settore.

Come si sceglie il franchising più adatto a cui associarsi?

Spesso si sente dire che si fa franchising secondo le proprie competenze, ma non è assolutamente vero. La storia del franchising dice che l’affiliazione ad una rete avviene sulla base di convenienze di altro tipo: la disponibilità economica, la sensazione “a pelle”, l’affidabilità del marchio. In questo le associazioni possono aiutare, perché se un marchio è iscritto ad un’associazione posso ritenere con fiducia che quel marchio sia affidabile e controllato. Chi è iscritto in Assofranchising, ad esempio, ha già passato una serie di “controlli di qualità” e abbiamo associati per tutti i range di investimento.

Cosa serve per fare il franchisor?

Innanzi tutto, serve un’idea. Il così detto concept. Dal concetto devi passare alla modalità: come voglio sviluppare la mia idea? E poi soprattutto servono gli affiliati e li dovrò cercare quindi dovrò avere una capacità commerciale. A volte l’idea è proprio sbagliata e ci si impunta su cose che proprio non possono funzionare. La fiducia in sé stessi e la resilienza sono in ogni caso fondamentali e non farsi scoraggiare da un primo periodo un po’ più difficile. Il franchising di fatto ti espone e più diventa grande la rete più sei conosciuto quindi è importante fare le cose secondo le regole. Un tempo il franchising veniva confuso con il marketing piramidale e non c’è niente di più sbagliato o più lontano. Il franchising e il suo sistema sono regolamentati da una legge la 129/2004. Il marketing piramidale invece no.

Qual è la principale sfida oggi per il franchising italiano e cosa va migliorato?

La principale sfida è quella di essere un sistema che possa modificare e rivedere il sistema distributivo italiano. Assofranchising è un’associazione autonoma, indipendente e aderente a Confcommercio Nazionale. Il commercio tradizionale è in questo momento in forte sofferenza, sarà l’e-commerce, la competizione o semplicemente una differente richiesta, ma il negozio autonomo fa oggettivamente fatica. Come fare quindi per fermare questa “emorragia” di negozio tradizionale? Il franchising è a mio avviso un’eccellente soluzione: è una modalità di distribuzione che al pubblico sembra normale, però tu imprenditore sei in una condizione più tranquilla e di maggior tutela.

Questo va però a discapito dell’autonomia?

L’autonomia rimane a livello imprenditoriale. Ma dal punto di vista del format sei legato ovviamente alla tua rete.

Cosa va migliorato nel franchising italiano?

Esiste un po’ di provincialismo. All’estero ad esempio vanno molto di più dei marchi che in Italia non esistono. La seconda cosa che andrebbe un po’ corretta è che il format venga riconosciuto meglio dal mondo politico, che ancora lo conosce poco e quindi non compie azioni atte a favorirne lo sviluppo. I tentativi fatti in passato non hanno avuto molto successo, ma che a livello nazionale e regionale si riconosca che il franchising possa essere un modello suppletivo per migliorare il sistema della distribuzione in Italia andrebbe riconosciuto.

Cosa fate per farlo riconoscere?

Abbiamo contatti con le istituzioni e ci battiamo attraverso una grande Confederazione quale è la Confcommercio. Abbiamo avuto anche occasioni di scontro, come gli orari dei negozi o le chiusure domenicali. In politica si tende ad essere esageratamente suppletivi quando le cose vanno male, quando invece tutto va bene nessuno si azzarda a parlare. E invece in questo caso anche un settore che va bene come il franchising andrebbe sostenuto.

Perché ci sono dei marchi italiani che ancora non fanno franchising?

Noi cerchiamo di contattare marchi nuovi che ancora non fanno franchising proponendo loro di aprire una branca nuova. Il settore del caffè per esempio è uno di quelli che negli ultimi tempi ha aperto al franchising, e i più grandi produttori di caffè hanno cominciato ad aprire punti vendita dove servono e vendono i loro prodotti.

Ci sono dei settori che lei vorrebbe vedere come franchisor in Italia che ancora non ci sono?

Il franchising in Italia al momento è solo al 7% del totale del sistema distributivo. E solo con il 7% riesce a produrre numeri altissimi. In Francia, Germania, USA siamo intorno al 14%, 30%, 50%. Questo perché all’estero è un settore aperto ad altre categorie: in America per esempio distributori di benzina, assicurazioni, concessionari d’auto sono in franchising. Da noi ancora non sono presenti queste attività per un fatto economico e di cultura. A Singapore o in Malesia anche le banche sono in franchising, in Italia abbiamo oggi degli ostacoli di tipo legislativo.

Di che tipo di formazione avrebbe bisogno un franchisee?

Il franchisee deve evidentemente imparare a seconde del settore che scelgono la tipologia merceologica del proprio prodotto. Devono avere una formazione di tipo commerciale, ed è importante sottolineare che il franchisor ha come obbligo di legge di fornire all’affiliato: formazione generica, non solo sul prodotto, ma anche nell’ambito commerciale, comunicazione, deve fare pubblicità, assistenza finanziaria e quotidiana. Oggi una grandissima discriminante nei prodotti di vendita al consumo di abbigliamento la grande differenza tra fare da sé e fare in franchising è fondamentale: perché nel franchising ci si rifornisce in conto vendita. Se ho un negozio in proprio, quello che compro e mi rimane invenduto me lo devo tenere.

Come si chiude il 2019 per il franchising in Italia?

I dati saranno elaborati e forniti a chiusura, ma il 2019 si posiziona bene come gli ultimi anni. È un settore che è cresciuto costantemente e crescerà anche nel 2019 sia in termini di punti vendita che di fatturato.

Il salone del franchising: com’è andato e a cosa è servito?

Il salone serve sostanzialmente a presentare anche le start up, le nuove proposte e trovo che ci sia stato un notevole miglioramento dal punto di vista della qualità delle presenze degli espositori. Serve allo stesso tempo per il consolidamento di alcuni marchi. All’estero gli Stati dove il franchising sta crescendo esponenzialmente sono il Giappone, la Malesia, Singapore, Vietnam.

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