19 Novembre 2019

Italia prima in Ue per digital health. Ma in ritardo sui fascicoli elettronici

Attilia Burke

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Italia prima in Europa nella digital health. Dall’intelligenza artificiale che assiste i chirurghi durante le operazioni più complesse, alla telemedicina, passando per le app che agevolano l’aderenza alle terapie, il primato del tech nel campo della salute è italiano. L’unica macchia in un curriculum d’eccezione? L’implementazione dei Fascicoli sanitari elettronici (Fse), sulla quale Fortune Italia aveva intervistato ad aprile l’allora ministro della Salute Giulia Grillo. I dati sull’eccellenza italiana arrivano dal Future Health Index (Fhi) 2019 che, tuttavia, evidenzia anche un ritardo nell’utilizzo delle Cartelle cliniche elettroniche (Cce).

Lo studio internazionale di Philips condotto su 15 Paesi nel mondo – tra cui l’Italia – per accelerare il passaggio verso modelli sanitari sempre più sostenibili, basati sul valore e supportati dalle tecnologie connesse, racconta due volti di una digitalizzazione. Un’Italia che da un lato primeggia, dall’altro arranca. Dall’indagine che ha coinvolto nel complesso più di 15 mila persone, e 3 mila operatori sanitari nel mondo, è emerso che in Italia l’88% dei professionisti sanitari avrebbe utilizzato digital health technology o app nel proprio ospedale o studio, contro una media Fhi del 78%. Seguono i Paesi Bassi (86%), Francia (79%), Polonia (77%), Regno Unito (72%) e per ultima la Germania con il 64%.

Se da un lato i numeri rilevati raccontano un’eccellenza, dall’altro evidenziato una carenza. Nello studio, infatti, viene valutato anche il livello di utilizzo da parte dei professionisti della Cartella clinica elettronica (Cce), che attualmente si attesta sul 57%, contro una media Fhi del 76%. A frenarne una maggiore diffusione, secondo lo studio, sarebbe la percezione da parte di alcuni operatori di ripercussioni negative sul proprio carico di lavoro e sul tempo dedicato ai pazienti. Ciononostante, l’indagine ha rivelato che i professionisti che utilizzano le Cce ne riconoscono l’impatto positivo sulla propria soddisfazione professionale (73%), sulla qualità dei servizi erogati (73%) e sui risultati clinici (63%).

Premesso che le Cce costituiscono una parte integrate dei Fse, i dati rilevati da Philips rispecchiano quanto analizzato da Fortune Italia sull’implementazione dei fascicoli sanitari elettronici. In Italia attualmente sono stati attivati 13.021.828 Fse, in 18 Regioni e sono stati digitalizzati 263.473.397 referti, secondo quanto riporta il sito governativo. Benché rispetto ai dati rilevati ad aprile ci sia stato un miglioramento – rispettivamente 11.457.702 di Fse attivati e 239.016.867 di referti digitalizzati –  rimane immutata la situazione a macchia di leopardo, che vede alcune Regioni ancora totalmente escluse da questo percorso. E in particolare Calabria e Campania, dove la percentuale di servizi del Fascicolo realizzati è pari allo 0%. Mentre in altre aree, come il Trentino Alto-Adige e la Toscana è rispettivamente al 97% e al 100%. Anche se permangono forti incongruenze, come quella riguardante la stessa regione Toscana, dove nonostante la percentuale di fascicoli ‘realizzati’ e quella di operatori abilitati al Fse sia al 100%, la percentuale di medici della regione che utilizzano il fascicolo è l’1%. Su questo fronte l’ex ministro Grillo si era limitata a dire che “negli accordi collettivi nazionali (Acn) dei medici convenzionati ad oggi vigenti non è esplicitamente previsto l’obbligo di alimentare il Fse con il profilo sanitario sintetico (patient summary) dei propri assistiti”. Inoltre, sempre in Toscana, rispetto ad aprile è stato evidenziato un calo della percentuale di assistiti della regione che hanno attivato il fascicolo dal 62% all’attuale 56%.

Per tamponare questa discrepanza inter-regionale lo Stato ha messo a disposizione delle regioni “i servizi offerti dall’infrastruttura nazionale per l’interoperabilità dei Fse realizzata dal Ministero dell’economia e delle finanze nell’ambito del Sistema Tessera Sanitaria” in “completa sussidiarietà”, aveva spiegato il ministro Grillo. Una possibilità della quale, fino ad oggi, si sono avvalse 4 regioni: Campania, Calabria, Sicilia e Abruzzo. Nonostante i ritardi registrati nell’implementazione del Fse, complice “la complessità del sistema” che “non ha consentito il rispetto delle tempistiche inizialmente previste”…“negli ultimi 3 anni, sono aumentate del 90% le adesioni regionali al Fse”. Un processo che “sarà ulteriormente agevolato attraverso il potenziamento dell’apposito portale nazionale”, aveva sottolineato la Grillo.

Se da una lato lo Stato è al lavoro per migliorare la situazione, dall’altro la popolazione sembrerebbe essere pronta a calarsi nell’Era della digitalizzazione. L’indagine Fhi evidenzia una crescente volontà da parte degli italiani di usufruire dei vantaggi che la tecnologia offre: 3 intervistati su 4 (76%) che non hanno o non sanno di disporre dell’accesso alla propria cartella clinica elettronica dichiara di volerlo. Quasi la totalità (91%) di chi ha accesso ai propri dati è disposto a garantirlo anche al professionista sanitario e il 43% degli stessi si definisce proattivo, contro il 28% tra quanti non hanno accesso.

La trasformazione digitale sta guidando il settore healthcare verso una nuova fase che contempla la nascita di un vero e proprio ecosistema. In questo necessario cammino verso il futuro, l’Italia si sta muovendo con cautela. Una prudenza che potrebbe essere preziosa per evitare di cadere negli stessi errori di altri Paesi, come gli Stati Uniti, dove la ‘digitalizzazione selvaggia’ dei fascicoli sanitari ha portato a seri effetti collaterali,  in parte legati alla difettosa o mancata interoperabilità dei sistemi. Proprio a tal fine, per “coordinare le attività di realizzazione dei sistemi di Fse da parte delle Regioni, è stato istituito presso il ministero della Salute nell’ambito della cabina di regia del nuovo sistema informativo sanitario (Nsis), il tavolo tecnico di monitoraggio e indirizzo per l’attuazione del Fse cui sono affidati i compiti di monitoraggio dello stato di attuazione e utilizzo del Fse nonché di definizione dei contenuti, formati e standard dei documenti sanitari e dei servizi”, aveva spiegato la Grillo.

L’indagine

Le indagini del Future Health Index si sono svolte dal 4 marzo al 19 maggio 2019 in 15 Paesi (Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Paesi Bassi, Russia, Arabia Saudita, Singapore, Sudafrica, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti) nella loro lingua madre. Il sondaggio è stato condotto online e offline (in base alle esigenze di ciascun mercato) con una dimensione del campione pari a 1.000 per mercato per gli individui (popolazione generale) e 200 per mercato per gli operatori sanitari. Le uniche eccezioni hanno riguardato gli Stati Uniti e la Germania, che avevano ciascuno campioni leggermente più grandi di operatori sanitari. Per la popolazione generale, il sondaggio è rappresentativo in base a dati demografici chiave, ad es. età, genere, regione, tipo di località (rurale / urbano), reddito / SEL / istruzione ed etnia (dove il caso lo ha richiesto). Ciò è stato ottenuto attraverso un mix di bilanciamento e ponderazione. In Arabia Saudita e in Brasile, il sondaggio è rappresentativo a livello nazionale della popolazione online. La durata del sondaggio è stata di circa 15 minuti per Stati Uniti, Germania e Paesi Bassi e di circa 10 minuti per i rimanenti mercati. Il campione totale del sondaggio comprende 3.194 professionisti sanitari (definiti come coloro che lavorano nell’assistenza sanitaria come medico, chirurgo, infermiere, con una varietà di specializzazioni) e 15.114 individui che rappresentano la popolazione generale adulta.

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