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Rilanciare le Pmi in otto mosse: parla Francesco Napoli (Confapi)

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Un nuovo miracolo italiano è possibile? Ne è convinto Francesco Napoli, vicepresidente Confapi, tanto che in un libro appena uscito (Per un nuovo miracolo economico, Falco Editore) individua otto obiettivi per rilanciare e rendere sempre più competitive le tante piccole e medie imprese italiane. Da sempre considerate l’ossatura della nostra economia, le Pmi oggi corrono il rischio di essere schiacciate da un sistema globalizzato dove sopravvive solo chi – per e con le proprie specificità – è capace di portare avanti un brand unico e innovativo.

In Italia si contano 83mila imprese aderenti a Confapi, la prima organizzazione per numero di contratti applicati e – dopo aver spento 72 candeline – oggi è presente in modo capillare su tutto il territorio nazionale con 60 sezioni. “Non possiamo affrontare le sfide del futuro – dice Napoli – se non mettiamo in campo veri cambiamenti, a cominciare dalle fonti rinnovabili, investendo ad esempio nella cultura che ad oggi genera 92 miliardi di euro, e nella formazione dei nostri giovani”.

Quali sono secondo lei i primi step da affrontare?

 

Innanzitutto basta con il vittimismo e la sindrome da Calimero. Cresce chi ha una visione e per crescere bisogna correre. Le Pmi non sono più “il piccolo mondo antico” di una volta. Oggi generano ricchezza non indifferente. Basti pensare che i commerci tra Italia e Usa sono passati dai 15 miliardi del 1985 ai quasi 60 miliardi di oggi. E poi semplificazione.

Parliamo di burocrazia?

 

Non solo. La burocrazia è un handicap importante nella gestione d’impresa. Siamo rimasti alle richieste di moduli in mille copie, ai documenti persi negli uffici. Bisogna semplificare, informatizzare e snellire il più possibile e la PA sta facendo numerosi passi avanti in questo senso. Penso, però, anche alla giustizia. Occorre una giustizia chiara e rapida, altrimenti scoraggiamo soprattutto gli investitori esteri e consentiamo di portare fuori confine le nostre eccellenze imprenditoriali, impoverendo così il nostro sistema economico. Ma prima ancora serve stabilità.

 

Politica?

 

L’elemento fondamentale per rimettere in modo l’Italia è avere una stabilità politica, ma dirò di più, serve stabilità e una visione progettuale a medio e lungo termine. Il sistema tampone non può funzionare. Se ricominciamo ad investire, se sblocchiamo le risorse, se implementiamo le infrastrutture, se cominciamo ad avere regole più semplici un nuovo miracolo è possibile.

 

E può bastare la cultura d’impresa?

La rivoluzione 4.0 cambierà il nostro modo di guardare al mondo del lavoro. Spariscono vecchi mestieri e ne nascono di nuovi. E in questo solco i giovani titolari di piccole e medie imprese si inseriscono appieno. Se guardiamo ai titolari di impresa al di sotto dei 30 anni, scopriamo che al Sud c’è una gran vitalità. Calabria, Campania e Sicilia registrano il dato più elevato ma rischia di essere vanificato se queste imprese non vengono messe in grado di lavorare. Ad esempio, basterebbe utilizzare in maniera efficace i fondi strutturali Fesr e Fse1: nel periodo 2014-2020 erano fissati in 55,11 miliardi di euro. Ebbene, molti di quei fondi risultano ancora non utilizzati.

Se potesse chiedere qualcosa al governo per aiutare le imprese a crescere e a produrre ricchezza?

 

Non serve assistenzialismo, soprattutto al Sud. Servono infrastrutture, una maggiore facilità di accesso al credito, in una parola serve fiducia. Non siamo il malato di Europa, abbiamo tante eccellenze sparse per il territorio nazionale che chiedono di non morire di burocrazia e incertezza. Le imprese da parte loro stanno investendo in innovazione, fonti rinnovabili, decarbonizzazione, cultura. L’Italia torna a crescere se ognuno fa la sua parte.

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