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27 Marzo 2020

Coronavirus, salvare Pil per salvare persone

Natale D’Amico

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(Questo articolo è pubblicato nella rubrica Upstream sul numero di Fortune Italia in edicola dalla prossima settimana)

L’epidemia di Coronavirus ha assunto una dimensione planetaria; i costi in termini di vite umane si vanno facendo tragici. Manca una cura e manca un vaccino. Per contenere il contagio e tentare di evitare il disastro dei sistemi sanitari, un po’ ovunque sono state assunte drastiche misure di distanziamento sociale e spesso il blocco di numerose attività. Non vi era alternativa.

Gli esiti delle misure sono stati buoni in Cina, in Corea, a Taiwan. Altrove sono ancora incerti e controversi. E’ ragionevole che di fronte al bollettino giornaliero di contagiati e – purtroppo – defunti, da più parti venga chiesto il prolungamento delle misure in essere, se non il loro irrigidimento. Anche questo è probabilmente inevitabile.

I danni economici dell’epidemia si sono fatti, ormai è certo, giganteschi. Assisteremo nel 2020 a una recessione che può superare, per intensità e speriamo non per durata, quelle del 1929 e del 2008. Gli Stati fanno quel che possono, allargando i cordoni della borsa come non si era mai visto prima in tempo di pace. E le banche centrali fanno girare le rotative della stampa di moneta a una velocità che non si era vista neanche in tempo di guerra. Probabilmente gli uni e le altre non avevano innanzi a sé altre scelte praticabili.

Ma è giunto il momento di fermarsi a riflettere. Di fronte alla dimensione biblica del flagello, si diffondono attese millenaristiche. Sembra generalizzarsi una fiducia quasi religiosa nelle capacità taumaturgiche di governi e banche centrali. Che stanno facendo molto e di tutto, ma non è affatto detto che possano risolvere i problemi. Il prezzo che ci stiamo implicitamente dichiarando disposti ad accettare nel momento in cui decidiamo chiusure generalizzate di ogni attività è molto alto in termini di riduzione del prodotto. E’ vero che molte attività possono essere svolte a distanza, soprattutto nel settore dei servizi. Ma in gran parte della manifattura la produzione non va avanti senza la presenza fisica di una quota preponderante di addetti. Ed è così per la logistica, che serve a portarci a casa i beni che compriamo su internet, o per i servizi pubblici essenziali come la raccolta dei rifiuti. A questo non pone soluzione la disponibilità di credito a buon mercato o di sussidi pubblici delle specie più varie. L’esempio più evidente è legato all’alimentazione: per poter mangiare la pasta asciutta, è necessario che il mulino macini il grano, che il pastificio faccia il suo lavoro, che i pomodori vengano colti, magari inscatolati., infine portati da qualcuno in un supermercato, dove altre persone li riporranno negli scaffali. Non arriverà alcuna manna dal cielo. Ovviamente si può pensare che se si bloccano i nostri mulini potremo comprare la farina da Paesi che li hanno ancora in funzione. Ma allora dovremo produrre altri beni da scambiare con la farina che ci serve.

Il discorso può essere generalizzato. Tenendo presente –mentre siamo giustamente sconvolti per la elevata mortalità da Coronavirus – che purtroppo esiste una relazione stretta tra livello del prodotto pro-capite e tassi di mortalità. Se, per contrastare la diffusione del virus, determiniamo una caduta permanente del prodotto pro-capite, avremo un aumento altrettanto permanente della mortalità per cause diverse dal Coronavirus.

Non ci troviamo di fronte alla odiosa alternativa tra scegliere di salvare le persone e scegliere di salvare il Pil. Dobbiamo sapere che se non salviamo, almeno nei limiti del possibile, il Pil, non salveremo neanche le persone.

Occorre dunque al più presto cominciare a ragionare seriamente intorno alle modalità, graduali quanto si vuole, prudenti quanto si può, per uscire dall’emergenza.

Le persone hanno subito una formazione accelerate in ordine alle misure di profilassi e di igiene. I comportamenti sono stati modificati in modo talmente radicale, repentino e prolungato da lasciare traccia a lungo. Ciò probabilmente consente di avviare graduali “riaperture” di attività commerciali, agricole, manifatturiere, di trasporto. Facendo tesoro delle informazioni acquisite, le misure di distanziamento sociale possono essere focalizzate sui soggetti che ormai sappiamo andare incontro a problemi più gravi in caso di contagio (anziani, malati). Gli interventi sulla organizzazione sanitaria la hanno messa in condizione di fronteggiare con minore affanno un maggior numero di casi. Quel che prima non potevamo permetterci senza esiti tragici, oggi diviene più gestibile.

La speranza è che la ricerca scientifica ci metta in condizioni abbastanza presto di disporre di una cura o – meglio – di un vaccino. Ma il tempo è incerto. Non possiamo permetterci di attendere in una condizione di blocco degli scambi e della produzione. Perché altrimenti l’esperimento radicale di distanziamento sociale avrà funzionato, ma la nostra economia sarà morta. E le persone non vivono in una economia morta.

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