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31 Marzo 2020

Così ci siamo innamorati di Zoom nell’era coronavirus

Carlotta Balena

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In questi giorni di isolamento tutte le app che ci permettono di fare videochiamate e videoconferenze a distanza sembrano salvarci da lunghissime giornate di silenzio e solitudine (almeno se abitate da soli). Ci permettono di tenere riunioni con i colleghi e lavorare quasi – il quasi è d’obbligo – come se fossimo tutti nella stessa stanza. Di telechiamare la nonna che ci insegna a fare la pasta in casa che mai ci saremmo sognati di fare in tempi normali. Cuciniamo, chiacchieriamo, ci alleniamo, lavoriamo insieme attraverso piccoli schermi frammentati in quadratini dai quali ci affacciamo alle vite degli altri. 

Il boom in numeri

Così queste app sono esplose negli ultimi giorni: Zoom, l’applicazione gratuita per le videochiamate di gruppo (regge fino a 100 contatti contemporaneamente, praticamente una festa) ha registrato un incremento nei download giornalieri da capogiro. Su scala globale, è passata dai 171mila di metà febbraio ai 2,41 milioni del 25 marzo, +1.300%. Poi c’è Houseparty, che ha raggiunto i 651mila download giornalieri, rispetto ai 24mila del 15 febbraio scorso, pari a un aumento del 2.500%, secondo la piattaforma per registrare il traffico Apptopia. Skype, dal canto suo, è ritornato in auge. La startup che si può considerare pioniera delle chiamate e videochiamate via Internet, fondata nel 2003 in Estonia e poi acquisita nel 2011 da Microsoft, è tornata ad essere tra le app più cliccate del nostro smartphone. A differenza delle altre, Skype ce l’avevamo già, non abbiamo avuto bisogno di installarla, ma era da tanto che non la usavamo. Il coronavirus gli ha dato una spinta: un incremento del 70% degli utenti attivi giornalieri mese su mese, che hanno sfondato la soglia dei 40 milioni. Secondo i dati forniti da Microsoft, i minuti di chiamate Skype sono cresciuti del 220% rispetto al mese precedente. Anche l’altra app per fare videoconferenze di Microsoft, Teams, è esplosa: +110% negli ultimi quattro mesi, da quando cioè le aziende hanno iniziato a fare i primi test di smart working per fronteggiare l’epidemia che stava dilagando in tutto il mondo.

L’esplosione di Zoom 

I numeri mostrano un boom di praticamente tutti i canali per messaggi e videochiamate (compresi i social network: +40% nell’uso di WhatsApp, +37% per Facebook) ma la vera rivelazione è stato Zoom. Anche se non lo avete mai usato, sicuramente in questi giorni ne avete sentito parlare: basta aprire qualsiasi altro canale social per vedere screen postati da amici che hanno fatto videochiamate di gruppo usando l’app (sono nati addirittura gruppi Facebook per collezionare i meme fatti con Zoom: Zoom Memes for Self Quarantines ha quasi 500 mila iscritti). Fondata 9 anni fa dall’imprenditore cinese-americano Eric Yuan, 50 anni e un passato da vice presidente del settore ingegneristico di Cisco, Zoom si è quotata in borsa nel 2019 con una valutazione di 16 miliardi di dollari. Oggi il suo valore è cresciuto fino a 42 miliardi, così come le finanze di Yuan, che è considerato l’uomo il cui reddito sta crescendo più velocemente di ogni altro nel nord America in questi giorni (secondo il Bloomberg Billionaire Index il suo patrimonio ha avuto quest’anno un incremento di 4,29 miliardi di dollari, arrivando a 7,86 miliardi). Ma perché proprio Zoom tra tutte le app disponibili per videochiamare anche molto più famose (per esempio FaceTime di Apple)? La risposta che si può dare è da una parte per la sua estrema facilità d’utilizzo: tutti possono prendere parte a una videochiamata con Zoom anche se non sono abili con la tecnologia. Basta cliccare su un link. Poi c’è il fatto che con Zoom potete veramente organizzare la vostra festa di compleanno online, visto che riesce a ospitare fino a 100 persone in collegamento contemporaneo, molte di più rispetto alle app concorrenti.

Il problema della privacy

Ma una crescita così vorticosa comporta anche rischi. Uno su tutti: la privacy degli utenti. La prima versione per Apple (iOS) dell’app, infatti, inviava i dati degli utenti a Facebook, anche se gli utenti non erano iscritti al social. Zoom usa il kit di sviluppo software di Facebook per alcuni suoi servizi, ed ha affermato qualche giorno fa di essere all’oscuro del trasferimento di dati al colosso di Menlo Park. La società si è scusata con gli utenti ed ha rilasciato il 27 marzo una nuova versione dell’app con l’assicurazione che non ci sarebbe stato più alcun passaggio di dati. Non è tutto: la piattaforma è stata vittima di incursioni da parte di utenti non invitati a partecipare alle videochiamate. In altre parole, hacker che sono riusciti a introdursi nei link delle videochiamate e prenderne parte, accedendo alle webcam e diffondendo spesso contenuti non desiderati, come video violenti o pornografia. Al fenomeno è stato addirittura dato un nome, “zoombombings”: secondo quanto riportato dal New York Times, la società Chipotle ha smesso di usare Zoom in seguito a una video conferenza pubblica interrotta da un partecipante che aveva iniziato a trasmettere contenuti pornografici. Il problema non riguarda solo Zoom. Un gruppo di studenti a Oslo, per esempio, secondo quanto riportato dalla testata norvegese Nrk, ha subito una intromissione sgradita durante una lezione a distanza, usando una piattaforma chiamata Whereby: un uomo nudo è riuscito a introdursi nella lezione dei bambini mostrando loro atti osceni. Zoom ha attivato alcuni servizi per eliminare il rischio di zoombombing, come chiamate blindate e la possibilità di disabilitare il video per categorie specifiche di utenti. Questo è un momento di estrema crescita per la piattaforma, che tuttavia dovrà gestire molto attentamente tutti i risvolti legati alla privacy se vorrà veramente imporsi nell’affollato mare delle app di videochiamate.

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