21 Maggio 2020

Un condono aiuterebbe l’economia?

Gianluca Timpone

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Dopo il via libera al Terzo Decreto denominato “Rilancio” continuano gli stanziamenti a favore d’imprese e famiglie con un fiume di denaro per dare giovamento a tutti i settori economici coinvolti dallo tsunami virologico del Covid19. Va ricordato che tutte queste misure messe in campo dall’esecutivo, per quanto indispensabili e utili, sono rese possibili grazie al ricorso all’indebitamento seguito al placet da parte dell’Unione Europea, la quale ha immesso tramite la Banca Centrale enormi flussi di denaro che, seppur a costi praticamente prossimi allo zero, prima o poi dovremmo restituire. Tale modus operandi ha fatto schizzare in alto il debito pubblico Italiano (circa 2500 miliardi), che ad oggi potrebbe arrivare ben oltre il 160% del pil, cioe’ della ricchezza. Dopo le toppe, che si spera non siano peggiori del buco, occorre trovare flussi finanziari senza ricorrere a ulteriore debito e per fare questo non restano che due strade: ricorrere ai risparmi di tutti gli italiani che sono pari a 3 volte il debito pubblico oppure individuare una leva finanziaria basata su un condono fiscale ed edilizio, che in situazioni normali potrebbero far gridare allo scandalo, ma nello stato in cui siamo rappresenta una vera àncora di salvezza soprattutto a salvaguardia della ricchezza di chi comunque le tasse e le regole le ha sempre pagate e rispettate e, che non vede di buon occhio una soluzione simile.

 

Per programmare la ripresa economica con nuovi investimenti e nello stesso tempo rendere liberi fiscalmente le tante imprese e lavoratori autonomi, bisognerà partire da una programmazione che dovrà tener conto dei dati forniti dall’Agenzia delle Entrate che a fronte del totale di crediti fiscali potenzialmente riscuotibili pari a circa 950 miliardi ne considera solo circa 60-70 miliardi come realmente percepibili, poiché nel calderone sono presenti società fallite e società e persone fisiche nullatenenti. E’ stato, infatti, raggelante ascoltare quanto dichiarato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini che, in maniera obiettiva e onesta, in Commissione Finanze ha spiegato che in assenza di ulteriori proroghe (cosa che con il decreto Rilancio è avvenuto) la riscossione a partire da giugno era già pronta a riaccendere i motori con il fine di procedere alla  notifica di circa 8 milioni e mezzo di cartelle esattoriali per arrivare alla cifra stratosferica di circa 30 milioni di atti per la fine dell’anno. L’aspetto paradossale della vicenda è proprio questo, perché i numeri forniti sull’entità dei crediti da riscuotere suggellano il fallimento dell’Amministrazione Pubblica, che nonostante i tanti strumenti e dati a propria disposizione (ricordiamo che il suo data-base ha incamerato una mole di informazioni degna della migliore intelligence britannica) si è rivelata improduttiva all’atto di riscuotere il quantum dovuto dal contribuente.

 

Alla luce di questa constatazione, anziché  perdere tempo e risorse intestardendosi a riscuotere ciò che non incasserà mai, lo Stato dovrebbe approfittare di questa epoca storica così nefasta per riportare tutti i contribuenti sulla stessa linea di partenza, ridando certezze a milioni di persone stabilendo un nuovo saldo e stralcio tombale con adesioni rapide e pagamenti altrettanto veloci ad una percentuale pre concordata senza eccezione alcuna; riscuotendo anche ciò che oggi sarebbe impensabile, attraverso il ricorso a un semplice meccanismo che tenga conto di possibili collegamenti tra chi potrà beneficiare del condono e le società o soggetti non aggredibili a  lui riconducibili. Una mossa che potrebbe consentire alle casse erariali di incassare quello che oggi non lo è.

 

Il sistema potrebbe essere questo: Mario Rossi, persona fisica, ha debiti pari a 100mila Euro per imposte non pagate, ma in maniera diretta o indiretta in passato ha avuto collegamenti con società a lui riconducibili perché magari la moglie o un congiunto ne è stato amministratore; orbene potrà beneficiare  del condono pagando, per esempio, il 20-25% del debito erariale personale soltanto se accetta di saldare vecchie pendenze della società a lui riconducibile versando per esempio il 5-10% delle imposte a carico della società. Così facendo le odiose cartelle esattoriali verrebbero di colpo estinte e il contribuente sarebbe in grado di poter riprogrammare la propria attività senza lo spauracchio di vedersi pignorati conti o crediti. Situazione, questa, vantaggiosa per lo stesso Erario, che con l’attività in bonis potrebbe concentrarsi da ora in avanti sulla riscossione con rapidità delle nuove somme evase, segnalando al contribuente una capacità di controllo e di contrasto alla propensione ad evadere come mai prima. I tanti “furbetti del quartierino” non farebbero in tempo a godere delle loro bravate che riceverebbero subito una ramanzina con una notifica a breve distanza temporale rispetto al momento dell’evasione appena perpetrata, per cui lo Stato si mostrerebbe teoricamente capace di esitare un incasso più elevato con una maggiore rapidità. La tentazione di evitare di pagare le tasse si ridurrebbe drasticamente, perché finalmente l’apparato Statale avrebbe il tempo e i mezzi per affrontare gli evasori VIS a VIS, anziché occuparsi del passato.

 

Per il prossimo e immediato futuro serviranno solo certezze, abbandonando quella pesca a strascico da parte dell’Ente di Riscossione in quel mare magnum di contribuenti, perché così facendo si rischia di accumulare solo scartoffie negli uffici senza cavare un ragno dal buco ed indebolendo ancor di più la nostra economia. Gli stessi detrattori di un condono fiscale paradossalmente ne uscirebbero garantiti perché senza la sanatoria l’altra via percorribile sarebbe una patrimoniale che andrebbe a intaccare i risparmi bancari e i patrimoni mobiliari ed immobiliari con disparità di trattamento questa volta sì, perché chi ha sempre pagato dovrebbe sacrificare la propria ricchezza anche a vantaggio dei tanti che per molteplici motivi non lo hanno fatto.

 

La patrimoniale, per quanto mascherata sotto forma di un prestito forzoso, potrebbe partire da una percentuale a due cifre tra il 10 e il 15% a fronte della quale lo Stato emetterebbe dei Bond a tassi bassi della durata di 5 anni. Da un censimento dei depositi bancari il cui saldo ammonterebbe a circa 1560 Miliardi (Fonte ABI alla data del 31 agosto 2019) e ipotizzando un calcolo basato sul 50% dei depositi l’introito certo e immediato si attesterebbe attorno intorno ai 117 miliardi con patrimoniale al 15% escludendo così sul nascere giacenze bancarie minime da cui partire al di sotto dei 30mila Euro (soglia questa minima per determinare l’eccedenza tassabile). Per meglio comprendere il meccanismo, su un deposito di 50mila euro con una patrimoniale al 15% l’importo sottratto sarebbe pari a 3mila Euro (il 15% di 20mila cioè la parte eccedente i 30 mila di partenza per l’applicazione della misura), sotto tale valore nulla sarebbe dovuto, salvaguardando così i redditi medio bassi. L’esempio non a caso è stato volutamente indirizzato sulla sola liquidità perché se tassano gli immobili i titolari che non hanno liquidità che fanno? Vendono casa, ma a chi? Quindi la sola leva per fare cassa è la liquidità.

 

Dunque non resta che lavorare su una sanatoria a 360 gradi  perché è risaputo che  buttarsi in un fiume non corrisponde a morire, perché l’annegamento avviene soltanto se rimaniamo a lungo sott’acqua; dunque, poiché gli strumenti a disposizione per emergere sono davvero pochi, bisogna sin da subito utilizzarli per consentire agli  italiani di continuare a galleggiare al fine di ritornare al più presto sulla terraferma più consapevoli delle proprie potenzialità e, soprattutto, lasciandosi alle spalle tutti quei timori che li hanno accompagnati e che non li hanno consentito di  dormire sonni tranquilli.

 

Gianluca Timpone –Dottore Commercialista e Docente di Economia Politica – Università Europea di Roma

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