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15 Giugno 2020

L’errore dei leader e l’importanza delle relazioni

Francesco Zurlo

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A volte da un semplice aneddoto si possono imparare molte cose, come è avvenuto nel seguente caso. Mi trovo in una riunione ristretta con un’importante figura della storia imprenditoriale del nostro paese. Quando prendo parola tutto procede bene, finché – basandomi sull’evoluzione delle informazioni emerse nel corso dell’incontro – decido di provare a intavolare un certo discorso su alcune possibilità prima non concordate. Noto però che il piede della persona in comando – che mi ha chiesto di partecipare a questo incontro – si alza e si abbassa con fermezza, come si farebbe quando si vuole frenare un’automobile.

 

 

Il messaggio mi sembra talmente chiaro che, morbidamente, faccio cadere questa possibilità, mutando il mio discorso in altro, senza che l’interlocutore realizzi che è intervenuto un meccanismo di tipo auto-correttivo né la portata dello stesso. Alla fine dell’incontro la persona in comando si complimenta con me e mi dice qualcosa del tipo: sai quella non era una cattiva idea ma hai fatto bene a fermarti, bravo. In altre parole, quell’uomo mi aveva dato dei “chiari segnali” senza rendersene conto. O per fare una battuta: lui batteva lo zoccolo ma il cavallo Hans ero io.

 

 

La storia del cavallo Hans è ben nota. Questo cavallo divenne famoso per la sua misteriosa capacità di risolvere equazioni complesse. Batteva lo zoccolo un certo numero di volte, fermandosi esattamente quando corrispondeva alla risposta esatta. Ci volle del tempo per comprendere che la sua capacità scompariva se durante il compito non era presente il padrone. Il cavallo era così sensibile alla relazione con quell’uomo che riusciva a capire quando doveva smettere di sbattere lo zoccolo così da dare quella che il padrone sapeva essere la risposta corretta. Il cavallo non contava, ma capiva.

 

 

Avevamo confuso un tipo di intelligenza, quella matematica, con un altro, quella relazionale. Forse io non ero stato più stupido del cavallo Hans. L’insegnamento è questo: ciò che rende un segnale chiaro non è dentro il segnale ma negli occhi di chi lo coglie, dunque nel guardare e percepire, e questo guardare e percepire va educato. Siamo noi a dare valore alle informazioni. Imparare dal cavallo richiede attenzione agli altri ed al contesto più che al groviglio di idee situate nella nostra testa. Il contenuto di una comunicazione non può mai essere isolato dalla relazione, anche quella con noi stessi. Domare il cavallo della nostra mente è necessario per aprire le porte alla possibilità di intelligere la realtà.

 

 

Nell’arco dell’ultimo decennio ho formulato una ipotesi semplice: la mia idea è che tutti gli uomini siano stupidi e che solo imparando a gestire la nostra stupidità riusciamo a far emergere la nostra intelligenza. Quindi, da un lato, dobbiamo allenare l’intelligenza relazionale del cavallo, dall’altro, per far questo, dobbiamo domare il cavallo bizzoso della mente, che in un istante può sferrarci un calcio. Ma domare il cavallo della mente non è facile e imparare a gestire la relazione con l’altro e noi stessi è ancora meno facile. Per questo esiste un mercato fatto da molti professionisti che, come chi scrive, aiutano le persone e le organizzazioni a percorrere questo difficile cammino, attraverso le loro competenze connesse al coaching, alla strategia, alla consulenza-formazione e alla psicoterapia (che, per tabù, non viene mai chiamata con il suo nome in ambito economico istituzionale). Come ho detto, un elemento irrinunciabile perché la relazione con noi stessi, l’altro e le idee della realtà funzioni bene è che essa sia autocorrettiva. Per essere autocorrettivi, tuttavia, non basta avere gli occhi aperti e non chiuderci in noi stessi. Serve almeno un’altra cosa importante, che esige coraggio: sapere di poter sbagliare, di poter essere in torto. Questo tipo di consapevolezza è tanto più necessario tanto più è elevato il proprio ruolo, dove spesso si è soli nel prendere decisioni. Spesso sono proprio i consulenti e i leader a non accettare l’idea di poter sbagliare, così diventando – nella migliore delle ipotesi – dei cattivi tecnici. L’indicazione del genio poliedrico di Gregory Bateson, da annotare, è infatti la seguente: “Coloro cui sfugge completamente l’idea che è possibile aver torto non possono imparare nulla, se non la tecnica”.

 

Questo articolo è basato su un’opera di Francesco Zurlo attualmente in fase di preparazione.

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