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10 Aprile 2020

Coronavirus, il valore delle informazioni

Francesco Zurlo

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Come scegliamo che valore dare alle informazioni?

Sin da fanciulli impariamo che non appena qualcuno ci confida “un segreto” si entra nella complessità.

Subito, ci chiederemo: da dove viene questo segreto?  È solo un sentito dire? Era una confidenza intenzionale o è sfuggita? È davvero l’altra persona ad averci confidato il segreto – o siamo stati noi a estrapolarlo dalla conversazione? Magari intuiremo che “il segreto” era trapelato intenzionalmente. Ma per quale motivo? C’è forse un obiettivo che noi non vediamo? Senza dubbio, la natura della relazione con la “fonte” influenzerà il nostro giudizio del contenuto informativo, che sarà esso stesso giudicato in rapporto ad una miriade di altre informazioni, che noi riteniamo vere o che sappiamo essere false.

Indagheremo il contesto, e se scopriremo che la persona A, che ha riportato l’informazione sulla persona B, ci ha appena litigato, rimetteremo in discussione il valore dell’informazione. Magari decideremo che l’informazione è più affidabile proprio perché hanno appena litigato; impareremo così una prima regola: le emozioni possono sporcare l’informazione eppure sono il punto di accesso privilegiato ad essa.

Quanti lettori, leggendo questa introduzione, hanno pensato che i fanciulli non fanno cose tanto complesse e di trovarsi di fronte ad un’esagerazione?

Eppure, se vi chiedessi di andare indietro con la memoria, al giorno in cui un membro del gruppo di amiche della ragazza che vi piaceva è venuto a dirvi che la vostra ambita principessina vi trova carino, rileggereste i processi descritti e ammettereste di aver passato molto tempo incastrati in essi.

Dal modo in cui da fanciulli gestiamo questi processi può dipendere la nostra prima storia d’amore e – chissà, poiché le cose nel tempo sono collegate in strani modi – buona parte della nostra esistenza.

Il fanciullo diventa uomo. Abbiamo ancora a che fare con l’informazione, con la confusione, con la complessità e con la necessità di prendere decisioni. Ancora, come da fanciulli, passiamo molto tempo ad arrovellarci il cuore e il cervello sulle cose importanti, ma la complessità è maggiore e il gentiluomo del tempo ha ormai svelato il suo lato tirannico.

Presto, all’aumentare della complessità ed addentrandoci nei circuiti della psicologia dell’informazione, ci imbatteremo nella prima fondamentale contraddizione: da un latoquanto più è lunga la catena di persone coinvolte nel flusso informativo quanto più sporca può risultare l’informazione; dall’altro è proprio la presenza, all’interno della catena, di persone diverse, affidabili e con competenze specifiche – da integrare e armonizzare – che determina la qualità complessiva dell’informazione.

Impareremo un’altra regola: l’ape (la persona) conta più del miele (l’informazione). Le api fanno il miele con quello che trovano, togliete loro il polline e lo faranno con la melata (una sostanza zuccherina secreta come scarto dagli insetti). Non a caso ho scelto l’ape quale simbolo del metodo RR-OI (Recoll, Report, Orientate, Influence), un sistema euristico per la gestione delle relazioni e dei flussi informativi che orientano le decisioni sviluppato in UTOPIA.

Per fare il miele, ci vuole tempo. E il problema del tempo avviluppa il nodo più cruciale: quello che si trova alla fine della catena informativa, dove siede il decisore.

E se il decisore non ha tempo? Si riduce l’accessibilità all’informazione. La catena continua a funzionare, l’informazione cade nel nulla: il miele va sprecato.

Terza regola: tutto il valore dell’informazione decade nell’istante in cui essa non è accessibile al decisore al momento opportuno.

In linea con quanto abbiamo appreso “da piccoli e da grandi”, questo problema può essere risolto aggiungendo una persona altamente competente che abbia la possibilità di impiegare il proprio tempo connettendo la catena al decisore finale, senza che l’informazione complessiva vada sprecata.

Se si esamina questo ragionamento – che ha valore generale – alla luce dello scenario attuale  – di interesse particolare – concluderemo che il nostro paese ha due possibilità: 1) aspettarsi che il Presidente Conte riesca – in piena pandemia Covid-19 – ad impiegare “il tempo che ci vuole” sulla catena di informazioni; 2) aprire le porte alla possibilità di nominare una autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica.

Non deve stupire che molti esperti di intelligence stiano raccomandando la seconda soluzione.

Parafrasando John Cage, la differenza tra il silenzio e l’informazione è nell’ascolto.

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