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17 Giugno 2020

Bonomi e Conte, la concertazione che serve

Fabio Insenga

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Quando si perde peso contrattuale, difficilmente si può pensare che sia colpa solo di chi non lo riconosce più. Se, oggi, Confindustria e sindacati, le vecchie e care parti sociali, fanno fatica a far sentire la loro voce devono guadare anche agli errori commessi. Tra questi, sicuramente, la scarsa capacità di leggere il cambiamento dettato da fattori esterni, globalizzazione e trasformazione tecnologica in testa. E la conseguente mancanza di visione strategica.

 

Parte evidentemente anche da qui la scelta fatta dal nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Discontinuità netta all’interno di Viale dell’Astronomia e toni accesi verso il governo. Con una precisa impostazione della comunicazione: attaccare, denunciare il rischio che la politica possa fare più danni del Covid, mettere sul tavolo tutte le contraddizioni nella gestione della fase 2 e nella fase 3 della crisi aperta dal Coronavirus.

 

Si chiede, sostanzialmente, un ritorno alla concertazione, alla condivisione di obiettivi e soluzioni per uscire dall’angolo e lavorare su un progetto per il Paese. Si può discutere il metodo, ma il merito della svolta di Confindustria è condivisibile. Almeno nel ritorno alla chiara definizione del proprio ruolo: difendere gli interessi delle imprese. Se anche i sindacati tornassero a difendere veramente gli interessi dei lavoratori e il governo riuscisse a mettere da parte le beghe politiche per cercare una sintesi nell’interesse comune, si potrebbe iniziare a discutere sul serio.

 

Quello degli Stati generali, molta più rappresentazione che sostanza come era prevedibile, è l’ennesimo passaggio di un confronto dialettico che serve a poco se non porta a confrontarsi, e scontrarsi se serve, intorno a un tavolo di lavoro. Il botta e risposta tra Bonomi e il premier Giuseppe  Conte, che sembra preoccupato più per le ricadute sul proprio consenso che delle implicazioni reali delle critiche che subisce, può essere parte del gioco, solo se non resta fine a se stesso.

 

Le decisioni spettano al governo ma se arrivano dopo un negoziato vero, su proposte e soluzioni concrete, possono incidere realmente sul futuro delle imprese e del lavoro.

 

Chiamatela democrazia negoziale, chiamatela concertazione, dialogo o confronto, ma usciamo dalla logica che ha portato i governi a prendere decisioni sbagliate e le parti sociali a diventare sostanzialmente irrilevanti. È il momento di farlo, non c’è più tempo.

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