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20 Luglio 2020

Comunicare l’emergenza, i valori e il valore

Lelio Alfonso *

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Quanto costa l’emergenza? In questi mesi ci siamo trovati di fronte a una crisi che ci ha profondamente segnato: come persone, come cittadini – improvvisamente corresponsabili della salute pubblica – come Italia e come comunità globale. Abbiamo superato – senza davvero uscirne, finché non sarà trovato un vaccino al nemico invisibile – un’emergenza in cui il nostro Paese si è mostrato responsabile e sostanzialmente disciplinato, anche se ha scontato carenze culturali e strutturali, ritardi e fughe in avanti.

 

Molti esperti, studiosi e analisti hanno provato a “monetizzare” il costo della pandemia: miliardi di dollari evaporati nei crolli dei mercati finanziari, un deficit quasi strutturale di fiducia e un orizzonte nebuloso verso il quale addentrarsi, con scelte difficili per manager, aziende e investitori.

 

Il peso delle decisioni sbagliate e delle comunicazioni “ansiogene” non è ugualmente misurabile.  Nel lockdown abbiamo dovuto convivere con un altro sintomo della malattia pandemica: l’infodemia. Il termine viene da lontano – coniato per la prima volta da David Rothkopf, professore, politologo e giornalista, in un articolo apparso sul Washington Post all’inizio del millennio e dedicato agli effetti della Sars, ma oggi ha assunto e assume una forza drammatica nuova, testimoniando quell’«abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno».

 

L’allarme «infodemico» non è stato colto appieno, questo è assodato. Dalla promessa di cure spacciate online come panacea, fino ai rischi per la sicurezza cibernetica – con gli attacchi ai sistemi informatici di infrastrutture critiche e ospedali – la confusione sotto il cielo del Covid-19 è stata ed è molta. In questo scenario le istituzioni nazionali e internazionali si sono trovate obbligate da un lato a gestire l’emergenza, dall’altro a far fronte a una pletora varigata di soggetti e falsità. Stregoni improvvisati, propagatori di fake news e veri e propri criminali hanno sfruttato a proprio vantaggio la crisi generata dal coronavirus. Se infatti il plotone di medici, di virologi ed esperti è stato riconosciuto come forte in competenze e conoscenze, era altrettanto scarso per numero.

 

La gestione delle notizie che riguardano il coronavirus è dunque decisiva per la gestione dell’epidemia del virus in senso stretto, ma anche per gli effetti che gli allarmi immotivati e le paure più profonde generano nella popolazione. Come ci ricorda il professor Walter Ricciardi nella premessa che apre #Zonarossa: “La comunicazione è una componente fondamentale nella gestione di un’epidemia: le modalità e le tempistiche con cui viene impiegata possono contribuire al suo successo o al suo insuccesso”.

 

L’epidemia e la conseguente infodemia hanno messo a nudo una fragilità di sistema che è stata affrontata in modo diverso a seconda dei Paesi e del comportamento di decisori pubblici, comunicatori, giornalisti, scienziati e potenziali vittime. In questo scenario i media – e le spinte di comunicazione – hanno giocato un ruolo fondamentale, nel bene come nel male. Le istituzioni, dilaniate tra crisi della fiducia e necessità di gestione efficace e responsabile, hanno affrontato la sfida dividendosi anche su base territoriale. Una sorta di «pendolo» nella gestione tra autorità nazionali e locali, dove spesso l’uno rincorreva l’altro – nella ricerca di soluzioni, ma anche di visibilità – e viceversa, in una latenza di coordinamento spesso foriera di estrema confusione.

 

In questo cortocircuito emergenziale il ruolo della comunicazione istituzionale, ovvero della voce ufficiale – sia essa di un governo, di un territorio, di un’autorità o comunque di un’organizzazione preposta per ruolo e necessaria consapevolezza alla mediazione tra decisione e rispetto – ha moltiplicato la sua rilevanza in modo esponenziale. Con un’opinione pubblica tesa allo spasmo nell’affannosa, e purtroppo spesso infruttuosa, ricerca di risposte affidabili almeno quanto di dispositivi sanitari, la comunicazione istituzionale ha contribuito in maniera determinante a creare grande attesa non solo sul piano meramente informativo, ma anche e soprattutto su quello dei comportamenti delle persone.

 

La pandemia ha colpito sul piano sanitario, trovandoci impreparata negli strumenti di contenimento e gestione, ma anche il mondo dell’informazione e della comunicazione si è trovato a dover fronteggiare la questione senza averne mezzi e conoscenze. Sia chiaro, nella trincea globale contro il Covid-19 si sono scritte e lette pagine di altissimo giornalismo e vanno sottolineate molte prove di ottima comunicazione istituzionale, ma non c’è dubbio che la dimensione della tragedia ha generato anche errori e dimenticanze. I racconti in prima linea da parte di cronisti coraggiosi e preparati, gli approfondimenti metodici di commentatori ed esperti, chiamati a dover «tradurre» nel modo più efficace e semplice possibile un linguaggio tecnico e ostico per dare modo all’opinione pubblica di ricevere al contempo informazioni e conoscenza, sono da enumerare tra le pagine belle di questa emergenza.

 

Esiste infatti almeno un elemento positivo da apprezzare – e possibilmente conservare – di questi mesi difficili: l’emergenza sanitaria ha fatto emergere una rinnovata fiducia (se non un vero e proprio appellarsi fideistico) nella scienza, dopo un lungo oblio reputazionale. Facciamo tesoro di questo primo insegnamento. La comunicazione, specie in tempi di crisi, deve fondarsi sulla chiarezza, l’intellegibilità e l’accessibilità dell’informazione, che sono le prime e le più efficaci armi per combattere l’infodemia. Solo in questo modo anche le scelte di chi deve garantire sviluppo e benessere saranno più trasparenti e semplici.

 

Alla chiarezza del linguaggio auspicata servirebbe aggiungere un codice etico pragmatico e impegno costante nella condivisione, evitando qualsiasi «fuga» in avanti. Sono e saranno i comportamenti dei singoli, e in particolar modo di coloro che hanno un ruolo di responsabilità istituzionale, a fare la differenza. Serve concerto nelle decisioni istituzionali e massima professionalità sul piano informativo, senza dimenticare la fatica organizzativa alla quale anche giornalisti e comunicatori di professione sono sottoposti.

 

Lo dobbiamo per rispetto del lavoro magnifico di medici, operatori sanitari e lavoratori che hanno proseguito con impegno nelle attività essenziali, e per delicatezza verso tutti i cittadini coinvolti emotivamente, informazione e comunicazione devono essere sempre più attente e ponderate. Per affrontare e vincere l’infodemia, superare la crisi e uscire da questa emergenza ancora più coesi come comunità e come individui.

 

*Managing Partner Milano Comin & Partners, co-autore #ZONAROSSA. Il Covid-19 tra infodemia e comunicazione

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