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16 Agosto 2020

Lo smart working può diventare una trappola

Fabio Insenga

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Il lavoro può e deve essere più ‘intelligente’. Obiettivi concreti, meno controlli e più risultati. E anche la flessibilità nella presenza fisica, con conseguente risparmio di costi per le aziende e guadagno di tempo per i lavoratori, è una strada finalmente tracciata. Nessun dubbio sulle potenzialità dello smart working.

 

Altra cosa è l’home working, il lavoro da remoto, sperimentato per causa di forza maggiore nei mesi di lockdown. La rinuncia al luogo fisico di lavoro, l’impossibilità di avere un contatto diretto, la distanza imposta tolgono risorse e rischiano di mortificare il lavoro. E le scelte fatte in questo senso da tante aziende, che hanno frettolosamente sfruttato l’onda lunga del Coronavirus per chiudere sedi, disdire contratti di locazione e abbandonare i presidi sul territorio, aprono una serie di problemi.

 

La versione distorta del concetto stesso di smart working rischia di diventare una trappola. Il tema va affrontato su piani diversi: quello contrattuale, perché servono norme chiare e tutele che oggi non ci sono; quello strategico, perché i benefici immediati possono trasformarsi per tante aziende in dolorose perdite future; quello della sostenibilità, economica e sociale.

 

I primi due piani, tutti da esplorare, presentano variabili che vanno considerate, come avviene in tutti i processi di grande trasformazione. Ci saranno progetti più ambiziosi, si commetteranno errori, ma è prevedibile che alla fine si riesca a prendere le misure.

 

Il piano della sostenibilità è quello più scivoloso, perché comporta conseguenze che al momento sono difficili da valutare e quantificare. La ricerca di un nuovo equilibrio tra lavoro in presenza fisica e lavoro da remoto può stravolgere l’assetto economico e sociale delle nostre città, può causare la chiusura definitiva di tante attività andate già in crisi in questi mesi, può determinare l’implosione di una parte consistente del mercato e del patrimonio immobiliare, può avere un impatto difficilmente calcolabile sull’intero sistema produttivo.

 

Per questo, uno smart working che perda la sua connotazione smart per diventare solo l’abolizione dell’ufficio come spazio di lavoro condiviso può trasformarsi da strumento prezioso in un pericoloso acceleratore della crisi economica aperta dal virus. Nessuno può avere oggi la soluzione in tasca ma il problema va posto e affrontato. Prima che ci si trovi solo a contare i danni di una corsa, senza regole e senza pianificazione, alla polverizzazione non solo dei luoghi ma anche dei rapporti di lavoro.

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