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19 Agosto 2020

L’etica delle supply chain e i pericoli della crisi

Enrico Verga

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La corporate social responsibility (Csr d’ora in poi) è un elemento vitale per ogni grande azienda. L’Unione Europea ha dato una definizione del Csr: “(…) per aumentare al massimo la creazione di un valore condiviso, le imprese sono incoraggiate ad adottare un approccio strategico a lungo termine nei confronti della responsabilità sociale delle imprese e a esplorare le opportunità per lo sviluppo di prodotti, servizi e modelli commerciali innovativi che contribuiscano al benessere della società e portino a una maggiore qualità e produttività dei posti di lavoro”. Una definizione che richiede una serie di messe a terra. Soprattutto su un segmento non sempre monitorato: la supply chain. Milioni di fornitori, spesso piccole e medie imprese sparse per il mondo, che vendono prodotti e servizi alle grandi aziende e, in ultima istanza, ai consumatori.

 

 

Oggi le grandi aziende devono affrontare una nuova sfida: educare la filiera dei fornitori.

 

 

Per chiarire facciamo l’esempio del palazzo Savar di Rana Plaza. Le aziende al suo interno producevano per multinazionali dell’abbigliamento: Benetton, Primark, Mango e molti altri. L’edificio era fatiscente. I permessi edilizi, per uso industriale, assenti. Dopo anni di micro vibrazioni, causate dal continuo lavorio delle macchine, l’edificio crollò. Oltre 1300 morti. I colpevoli? Nessuno. Nessuna delle grandi multinazionali dell’abbigliamento che si approvvigionavano, negli anni, da quelle aziende, ammise di esserne cliente. Salvo poi, dopo un’attenta indagine del Guardian, i nomi cominciarono ad emergere. La bomba mediatica arrivò sui mercati e il danno per le aziende di abbigliamento, specialmente quelle quotate, ebbe luogo. I danni e le implicazioni per le multinazionali furono gravi, ne dipinge un quadro interessante questa analisi della Michigan State University.

 

Rimanendo con brand italiani, come riporta una ottima analisi del Guardian, la figura che fece Benetton fu colossale e incredibile. Una visione più amplia sul tema supply chain e scandali la trovate qui a cura delle Paris Economic School. Alcune delle aziende menzionate come H&M fecero delle mappature dei fornitori, per evitare futuri rischi; altre, non facciamo nomi, dopo una donazione più o meno “alla buona” lasciarono correre. Fortunatamente i morti non costano (non più di tanto), la gente dimentica e tutto torna come prima. Forse.

 

 

Oggi, con la crisi di ottobre in arrivo, le Pmi che sono parte di complesse filiere manufatturiere, sono chiamate a mantenere le promesse qualitative e quantitative che hanno “venduto” ai propri clienti e tuttavia la crisi potrebbe indurre in tentazione molte Pmi a acquisire e processare prodotti in modo meno etico o legale (alla Rana Plaza, per intenderci!). Il tutto per riuscire a mantenere “il prezzo” garantito alla azienda cliente. Il tutto a rischio di inserire nella filiera prodotti o servizi generati grazie a attività illegali, materiali pericolosi e pratiche di lavoro illegali.

 

 

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire come le Pmi vedono il Csr. Ho pensato di parlarne con due donne che operano nel Csr da anni, con precedenti esperienze in industrie quali petrolio e materiali da costruzione.

 

“La percezione dipende oggi dal loro stato e dagli stimoli che ricevono”, mi spiega Manuela Macchi,15 anni nell’industria dei materiali da costruzione, Associate Partner yourCEO, coordinatrice della practice sostenibilità di YOURgroup. “La percezione ritengo dipenda, ad oggi, dal loro stato e dagli stimoli che ricevono e quindi tendenzialmente se sono quotate, se fanno parte di una filiera gestita in modo responsabile e sostenibile da parte delle grandi imprese o se sono estranee a queste condizioni. Per le Pmi estranee a quanto sopra, in assenza di un vertice illuminato, la sostenibilità è spesso sinonimo di costi eccessivi e scarsi benefici effettivi”.

 

 

Una visione, quella di Macchi, a mio avviso, criticamente costruttiva. Se le Pmi a governance familiare non comprendono i benefici del Csr, soprattutto come strumento di due diligence, che può essere “venduto” alla grande azienda, esiste un vulnus pericoloso.  Un’opinione sui potenziali benefici del Csr per le Pmi arriva anche da Eleonora Rizzuto: un decennio nell’industria petrolifera, oggi Direttore del Csr di LVMH. “Rispetto ad alcuni anni fa i rapporti tra Pmi e Csr è cambiata, in meglio. Le Pmi hanno compreso il valore di pratiche strutturate coerenti con la Csr. Tuttavia è necessario fornire, da parte dello stato, una base di incentivi per rendere più appetibili le pratiche di Csr. Sto operando su diversi tavoli, come Csr Network di cui sono membro del Board, perché il legislatore renda possibili, tramite incentivi, pratiche più sostenibili e socialmente etiche per le Pmi”.

 

 

Per quanto la Csr porti dei benefici alle aziende, sia d’immagine che di ‘sostanza’, siamo in uno dei momenti più sfavorevoli degli ultimi 10 anni. Se il lockdown ci ha colpiti, come aziende e relativa filiera, la crisi di ottobre sarà un vero e proprio Tsunami di classe 6. Dalla Banca di Italia a Nouriel Roubini sono tutti concordi: a ottobre calerà sul mondo occidentale una crisi pari se non superiore a quella del 2008. Se ragioniamo in termini di grandi aziende manufatturiere, che hanno filiere di produzione sparse per tutto il mondo, viene da riflettere quando la crisi possa colpire queste filiere. Il rischio plausibile è che una o più Pmi di filiera possa fallire, avere dei ritardi finanziari o, a sua volta, avere dei fornitori irregolari a causa di fallimenti.

 

 

“In alcuni settori già oggi il lockdown ha lasciato un segno evidente.” Mi spiega Macchi. “Penso a settori come automotive ed elettronica. Queste industrie hanno visto una concentrazione degli ordinativi su pochi grandi supplier, in nome di una razionalizzazione efficiente che guarda al costo unitario del prodotto, riducendo al minimo indispensabile lo stock di magazzino. Invece, le supply chain che si sono dimostrate più resilienti, e quindi abituate a contesti complessi, sono quelle che avevano già integrato la sostenibilità nel business. La distruzione attuale della supply chain è l’anticipazione del tipo di sfide che la supply chain affronterà in futuro a causa del climate change. Quindi per un successo sostenibile nel lungo periodo si comprende come sia opportuno per le PMI integrare la sostenibilità nel business, come peraltro oggi richiedono anche i clienti. Deve prevalere un’ottica di generazione di valore di lungo periodo, nell’interesse di tutti gli stakeholder aziendali”.

 

 

Più cauta appare Rizzuto che sul tema puntualizza “non siamo ancora ad una situazione in cui dobbiamo trovare nuovi fornitori. Esistono varie soluzioni per evitare uno scenario estremo. Io sono per un approccio win win. In passato, per esempio, ho lavorato nel settore petrolifero. Sono stata contract manager, questa posizione mi ha permesso di avere una visione amplia sull’intero settore del procurement. Il percorso che ho promosso in quella esperienza era di valutare ogni fornitore, specialmente quelli altamente strategici. In alcuni casi ho promosso l’acquisizione dei fornitori più validi. Un’integrazione che non ha solo rafforzato la filiera della azienda presso cui operavo. I fornitori acquisiti, una volta allineati agli standard del compratore, sono divenuti dei produttori di reddito a loro volta. In tutti questi casi è stato fondamentale inserire manager fidati, provenienti dalla azienda che acquistava, in modo da monitorare ed evolvere il fornitore. Pratica, quella dell’inserimento di managerialità di fiducia, che ancora oggi sostengo, magari avvalendosi delle nuove managerialità ed esperienze come il fractional executive.”

 

 

Se lo scenario di filiera sarà sotto-stress c’è un altro aspetto che può seriamente incrinare i rapporti tra Pmi e grande (a volte unico) cliente. Poniamo che la Pmi voglia mantenere l’attuale cliente. Con i tagli di bilancio, la riduzione della domanda, è plausibile che i grandi gruppi possano andare a ridurre i loro margini di spesa sull’intera filiera. Per dirla semplice: se tu, grande azienda, prima compravi 1 milione di euro di tessuto dalla Pmi che lo produceva, domani ne compri sono 500.000 euro; perché la domanda per prodotti finiti si è ridotta. A questo può aggiungersi una domanda di scontistica ulteriore, da parte della grande azienda, sull’intera filiera. Come potrebbe reagire una Pmi? Per tenere i suoi margini potrebbe essere tentata di approvvigionarsi da fornitori eticamente o legalmente poco affidabili.

 

 

“Sicuramente dei rischi su temi ambientali e di diritti umani ci sono stati”, mi spiega Macchi. “Un recente studio della Commissione europea (gennaio 2020) ha rilevato un forte interesse, verso una possibile due diligence obbligatoria ESG come parte delle riforme di corporate governance. È emerso che solo un’impresa su tre nella UE sta attualmente effettuando una due diligence che tiene conto di tutti gli impatti sociali (dei diritti umani) e sull’ambiente. Quello che noto è che il rischio esiste però è anche vero che ci sono opportunità per operare in modo inverso: una strategia da parte delle PMI che integra la sostenibilità porterebbe vantaggi innegabili quali tra gli altri una mitigazione dei rischi, una maggiore resilienza, un più facile accesso al credito e alla finanza agevolata e in particolare maggiori opportunità di business grazie alla crescita di valore apportata nella filiera anche per le grandi imprese capofila e alla maggiore attenzione da parte dei consumatori e cittadini alla sostenibilità delle imprese per non parlare dei Millennials e della Generazione Z”, conclude Macchi.

 

 

Una posizione simile vede presente anche Rizzuto. “Certo che c’è questo rischio. Quando ci si trova in condizioni di andare al ribasso è un rischio che possiamo vedere in ogni tipo di industria. Chiaro che dobbiamo avere un modello di approccio stile pubblico-privato che possa intervenire per monitorare e implementare, se necessario, pratiche di Csr valide e riconosciute da tutta la filiera. Finché non ci sarà un’azione concreta, anche da parte del legislatore, per monitorare questi potenziali rischi, avremo sempre la possibilità di inquinare la filiera con prodotti o servizi che violano gli standard del Csr”, conclude Rizzuto.

 

Per quanto spesso il Csr sia considerato una prassi consolidata buona da dare in mano agli ‘abbraccia alberi’, definizione poco educata che descrive gli ambientalisti radicali, la verità è che una vera attitudine delle Pmi ad adottare ogni elemento del Csr, di recente implementato con i nuovi standard ESG, risulta vincente. Non si parla di una semplice vittoria per l’ambiente o i diritti umani. Brutto a dirsi ma la credibilità e i relativi ricavi di una grande azienda sono a rischio. Per dirla in modo semplice “comprare basso comprando sporco” non è più una pratica percorribile se si vuole far fatturato.

 

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