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9 Novembre 2020

Recovery Fund, i rischi ‘di genere’

Enrico Verga

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La cifra in campo è importante e potrà fare molto. Resta però un dubbio: è possibile che questi soldi vadano a creare un ulteriore squilibrio nella società europea e italiana. Per la precisione è possibile che questi denari possano avere un impatto asimmetrico, avvantaggiando maggiormente i settori dove vi è predominanza maschile rispetto a quella femminile. Detto così sembra un discorso da femminista incallita (da notare che io sono un uomo, quindi nessun interesse di parte). Le statistiche, sulle percentuali di occupazione femminile, nei settori primari che saranno interessati dal Recovery fund (clima e digitale) sono a sfavore, almeno per ora, delle donne. Per parlare di economia di genere ho quindi pensato di coinvolgere due autorità sul tema. L’economista Azzurra Rinaldi: una delle economiste europee più esperte di gender economy. Alexandra Geese: europarlamentare tedesca, che porta avanti da mesi una battaglia a livello di UE, per sostenere la gender economy.

 

Prima di tutto consideriamo in che modo il progresso economico europeo, legato alla gender economy, si stia sviluppando in Europa. Politicamente parlando, è Alexandra Geese che spiega: “prima del Covid-19 la penetrazione delle donne nella società lavorativa, specialmente in cariche apicali, era lenta. Oggi, con il Covid19, la situazione sta peggiorando: solo per citare i dati tedeschi la popolazione lavorativa femminile sta soffrendo molto. Come membro della commissione bilancio e del mercato interno EU ho avuto modo di osservare le associazioni di categoria che mi contattavano per farmi presente lo stato di crisi del loro settore spesso appartenevano a categorie a forte occupazione femminile – commercio al dettaglio (eccetto gli alimentari), istruzione, attività sociali. Oggi queste donne sono le prime a perdere il lavoro. A ciò si aggiunge che in Germania abbiamo si un tasso di occupazione complessivo delle donne più elevato che in Italia, ma molte lavorano part-time o hanno retribuzioni basse e quindi sono le prime a rimanere a casa, quando scuole e nidi chiudono e le famiglie devono scegliere chi rimane a casa. Se al lavoro femminile standard e/o part-time, aggiungiamo il carico lavorativo domestico – lavoro necessario, ma non retribuito al quale gli uomini tuttora contribuisco poco – notiamo come per molte donne la situazione si è aggravata. Il tasso di occupazione femminile in Italia è sceso dal 52% a 48%”. L’attuale Recovery fund, i due capisaldi di spesa come digitale e clima, “sono appannaggio pressochè del mondo maschile. Nel digitale il 17% degli occupati sono donne, nel clima (che include costruzioni, trasporti rinnovabili) siamo tra il 10 e il 20%. Stante l’attuale panorama del progetto si rischia che il 57% (20% digitale 37% clima) andando in clima e digitale, impatteranno su settori dove la presenza di occupazione femmnile attualmente non supera il 20%”, aggiunge Geese.

 

Gli aspetti economici li chiarisce Azzurra Rinaldi, che puntualizza: “la percentuale femminile in questi settori è bassa, a livello europeo, ancor più bassa in Italia. Se non vengono messe in campo delle contro misure le disuguaglianze, in ambito lavorativo, tra donne e uomini andranno ad aumentare drasticamente.  Esiste tuttavia una linea complementare di sviluppo, che, come economista, ho presentato al parlamento di recente. Il termine che può abbracciare questo concetto è economia della cura. Parliamo di sviluppare un terzo pilastro, che, supportato da una parte dei fondi in arrivo non dedicati alle due principali linee d’investimento, può supplire alle lacune delle prime due. L’economia della cura è un concetto familiare ad ogni donna, ma poco conosciuto tra gli uomini. Parliamo di cura della famiglia: figli, genitori anziani, persone diversamente abili etc… Questi ruoli, storicamente in Italia, sono gestiti dalle donne. Pensiamo, tuttavia, cosa accadrebbe se le donne, che rappresentano oltre il 51% della popolazione italiana, venissero liberate nel loro pieno potenziale come forza lavoro, ovvero se venissero sollevate dalle attività di cura di cui tradizionalmente nel nostro paese sono costrette a farsi carico. Si stima che per ogni donna che inizia a lavorare, si creano 3 posti di lavoro: uno è il suo, gli altri due necessari per coprire, a pagamento, i compiti di cura di cui lei si occupava gratuitamente. E qui si registrerebbe uno storico passaggio dal lavoro di cura non retribuito al lavoro di cura retribuito, con evidenti ripercussioni positive anche sul Pil”.

 

Il tema dell’economia della cura si lega poi al problema della denatalità italiana, un grave danno per la futura economia. Siamo attualmente in una condizione di inverno demografico, secondo l’Istat. Abbiamo molti anziani e pochissimi bambini. Ma sono entrambe categorie da accudire. Se vogliamo che questo paese abbia una speranza di ribaltare la piramide demografica, dobbiamo necessariamente ripartire dall’economia della cura. Dobbiamo ribaltare la narrazione per la quale il lavoro femminile è un tema che riguarda le donne. Banalmente, stiamo parlando di produzione di reddito personale che diventa PIL ed anche gettito fiscale. È reddito che alimenta un moltiplicatore positivo sia per l’economi nazionale che per le casse dello Stato e che  consente di ridurre gli impatti negativi della crisi che stiamo affrontando.

 

“A livello europeo  -spiega Geese – sto lavorando, affinché la Commissione Europea faccia delle valutazioni d’impatto di genere dei piani nazionali, che i governi dovranno presentare, per accedere ai fondi europei di Next Generation EU. In questo modo si avranno dati utili su cui il legislatore può supportare modifiche e implementazioni dei piani nazionali. Il 43% del restante recovery fund (quello non dedicato a Clima e digitale Nda) può essere investito diversamente. Lo stesso concetto di digitale dovrebbe essere ulteriormente espanso: pensiamo all’importanza della formazione digitale. Il mondo STEM è un mondo poco femminile. Avere attenzione che questo settore venga maggiormente partecipato dalle donne permetterà una crescita di digitale femminile. Se pensiamo solo all’importanza della programmazione, nel mondo della IA, e il rischio di Bias cognitivi è chiaro comprendere l’opportunità di ampliare il concetto di digitale. Diversamente continuiamo sulla strada degli algoritmi maschilisti alla Amazon. Inoltre dobbiamo favorire l’accesso di aziende a guida femminile al credito – il mondo del venture capital per esempio è un mondo fortemente maschile che strutturalmente non favorisce la nascita di startup guidate da donne”.

 

Se la visione europea è importante, è sicuramente vitale quali aspetti saranno valutati e implementanti a livello nazionale. “Entro febbraio l’Italia deve presentare un piano dettagliato. Un aspetto che può essere implementato, con relativa facilità e apertura mentale, è un ulteriore spinta alla digitalizzazione. Già in passato il governo ha varato differenti iniziative, sotto l’egida di Palazzo Chigi per esempio, per stimolare l’adozione di libri bianchi o beige per integrare dinamiche digitali avanzate (Algoritmi) all’interno della Pa. Il miglioramento della Pa potrebbe liberare risorse. In questo senso l’adozione di pratiche operative legate alla gender economy, come la formazione digitale STEM e l’economia della cura, sono sicuramente dei percorsi alla portata di comprensione dei nostri politici”, conclude Rinaldi.

 

Con la premessa che l’arrivo dei fondi europei sarà scaglionata e, stante le informazioni attuali, sottoposta a rigorosi controlli e mile-stone, un approccio che includa una maggior comprensione della gender economy potrebbe veramente fare la differenza nel futuro della nostra nazione. Certo… è da comprendere se i politici avranno questa sensibilità. C’è da sperarlo, dopo tutto in parlamento ci sono anche delle politiche.

 

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