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Lavoro e pandemia, rischio bomba sociale

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Il mercato del lavoro all’inizio del 2021 presenta più ombre che luci. I dati più drammatici riguardano l’occupazione giovanile, con 2 milioni di Neet, e quella femminile, già a un livello inaccettabile prima della pandemia con quasi una donna su due inoccupata, che i lockdown hanno ulteriormente ridotto del 2%.

 

 

 

LA SITUAZIONE È DESTINATA molto probabilmente ad accentuarsi e diventare ‘esplosiva’ con l’interruzione della cassa integrazione e la fine del blocco dei licenziamenti. Sono strumenti utili per ‘prendere tempo’ ma, se il tempo non lo si utilizza, il semplice rinvio rischia di avere una deflagrazione insostenibile. Per capirne la portata, bisogna riflettere sull’evoluzione dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali da febbraio in poi. Tra novembre 2019 e novembre 2020, si sono persi 390mila occupati, a fronte di 410mila contratti a termine in meno e 123mila contratti a tempo indeterminato in più; gli inattivi sono aumentati di 479mila unità.

 

L’Inps, da inizio pandemia Covid-19, ha erogato un totale di circa 20 milioni di prestazioni di cassa integrazione, in particolare 12 in modo diretto e 8 a conguaglio dopo anticipo delle aziende, a beneficio di 6,5 milioni di lavoratori. Le persone messe in difficoltà dalla pandemia, secondo il Cnel, sono 12 milioni tra dipendenti e autonomi. Gli impatti più gravi si sono verificati non nelle attività manifatturiere, ma in settori ad alta intensità di relazioni personali come il turismo, la ristorazione, le attività di cura, il terziario in generale. Con la pandemia si sono utilizzati gli strumenti di protezione sociale previsti già dal 2015 (Cig e Naspi) e il reddito di cittadinanza. Le pesanti ricadute per lavoro autonomo, gestione separata Inps, partite iva mono-committenza e contratti a termine hanno confermato i grandi e noti buchi del nostro sistema di protezione sociale su queste fasce. Non solo, il dibattito sulle politiche attive, a partire dalla paralisi in cui versa l’Agenzia a essa preposta, l’Anpal, sconta la persistente debolezza dei percorsi formativi e professionali.

 

 

LE DONNE, GIOVANI, impiegate nei servizi e con maggiore fragilità contrattuale hanno pagato il prezzo più alto alla crisi. Le donne non sono un soggetto svantaggiato. Come ricorda la campagna di cui sono promotore, Half of it, sono la metà del mondo. La battaglia per la parità di genere deve essere il cuore di un’iniziativa di politica economica che parta dall’assunto che un Paese che aumenta l’occupazione femminile e che investe nell’inclusione, accresce la propria forza economica e produttiva. Tutti i dati confermano che la condizione della donna lavoratrice è penalizzata soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. È questa difficoltà che contribuisce a mantenere la quota di occupazione femminile (meno del 50%) al di sotto della media europea. Tale dato si è aggravato nel corso della pandemia. Per sostenere e promuovere l’occupazione femminile serve anzitutto allargare l’offerta di servizi, non soltanto asili nido, ma scuola a tempo pieno (su cui l’ultima bozza del Pnrr inizia a contemplare qualche risposta) e servizi per gli anziani, nonché promuovere forme organizzative del lavoro più favorevoli alla conciliazione. Nell’occupazione femminile giocano un ruolo fondamentale i percorsi formativi. La minore frequenza, rispetto ai maschi, con cui le ragazze scelgono percorsi di studio nelle materie STEM comporta un minor numero di donne pronte ai lavori meglio remunerati dalle imprese.

 

 

LE VICENDE DEL MERCATO del lavoro sono state dominate quest’anno da due questioni che hanno sovrastato tutte le altre, la protezione della salute dal contagio e la continuità del reddito e dell’occupazione. Sono troppe, anche al netto di una grande quantità di lavoro irregolare e illegale, il numero di famiglie sotto la soglia di povertà, con una dichiarazione Isee inferiore a 9.360 euro annui. Le file alle mense della Caritas e delle poche altre realtà di assistenza sono cresciute a dismisura e dimostrano che il reddito di cittadinanza arriva a troppo pochi veri poveri e viene intercettato da troppi lavoratori in nero, incentivati da questa misura a restare irregolari, e da molta economia illegale. Le povertà, vecchie e nuove, restano troppo spesso senza voce e lontane dal necessario intervento pubblico.

 

La versione originale di questo articolo, a firma di Marco Bentivogli, è disponibile sul numero di Fortune Italia di febbraio 2021.

 

*Marco Bentivogli è ex Segretario generale Fim Cisl e Coordinatore nazionale di Base

 

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