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L’importanza del fattore umano nella transizione digitale delle imprese

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Per il successo della trasformazione serve, da un lato, fare assunzioni e, dall’altro, creare un ambiente digitale diffuso tra chi già lavora in azienda, spiega Ottavio Maria Campigli, partner di Badenoch + Clark Executive. La versione completa di questo articolo, a firma di Domenico Lusi, è disponibile sul numero di Fortune Italia di marzo 2021.

DALL’E-COMMERCE all’industria 4.0, passando per smart working, istruzione online, telemedicina. Il distanziamento sociale ha impresso un’accelerazione senza precedenti alla transizione digitale, cambiando radicalmente stili di vita, abitudini di consumo, il modo di lavorare e fare impresa. Nel mondo post Covid la digitalizzazione sarà sempre più un fattore cruciale di competitività. Ne è consapevole l’Unione europea, che ne ha fatto uno dei pilastri del piano con cui intende rilanciare l’economia continentale, come anche il mondo del business: secondo gli analisti di Gartner, l’80% delle grandi e medie imprese è pronta a intraprendere un percorso di rapida trasformazione digitale entro il 2021, e la spesa in IT a livello globale è destinata a crescere del 6,2% sul 2020, per un totale di circa 3.300 mld di euro.

“La pandemia ci ha costretti a spingerci verso il futuro, e la trasformazione digitale è spesso un passo obbligato per non perdere terreno rispetto alla concorrenza”, conferma Ottavio Maria Campigli, Partner di Badenoch + Clark Executive, società specializzata in head hunting di profili manageriali ed executive. “La maggior parte delle aziende dovrà affrontare questa trasformazione, ovviamente in modo diverso a seconda del business. Un’azienda di cosmesi farà un e-commerce per vendere online, una manifatturiera svilupperà un processo di industria 4.0, altri useranno la blockchain. In ogni caso, per diventare praticabile e vantaggiosa, la trasformazione digitale deve passare per le persone che lavorano in azienda”. Ed è qui che il percorso potrebbe nascondere delle insidie, perché, secondo Gartner, solo il 9% dei Chief Human Resource Officers pensa di disporre già di persone capaci di governare e sostenere la transizione digitale.

Per Campigli, la strada per raggiungere l’obiettivo è data da un mix di due strategie: “Da un lato, bisognerà assumere professionisti con spiccate competenze digitali. A tal proposito, negli ultimi 3 anni abbiamo selezionato oltre 40 posizioni di vertice in ambito Tech, Innovation e Digital (e oltre 600 tra quadri e impiegati) e questi manager, oggi, stanno già aiutando concretamente le aziende nei processi di digital transformation. Dall’altro, prosegue, “occorre aiutare tutti i propri dipendenti a raggiungere una maturità digitale diffusa. Bisogna fare in modo che diventino anch’essi facilitatori della trasformazione digitale, altrimenti il rischio è che ci sia una task force di pochi che spinge per fare innovazione, e la maggioranza che frena. Risultato: l’azienda manca l’obiettivo o risulta meno performante. E la trasformazione digitale oggi non è più un accessorio, ma un fatto di sopravvivenza necessario per il successo d’impresa”.

Proprio per sostenere la digitalizzazione delle aziende, racconta Campigli, “il team di Badenoch + Clark Executive da me guidato, di cui fa parte la collega Chiara Barluzzi, ha da poco lanciato il Digital Readiness Check Up (DRCU)”. Si tratta di uno strumento consulenziale, dice Campigli, “studiato appositamente per misurare la prontezza digitale e l’apertura all’innovazione di un gruppo di professionisti, attraverso un mix strutturato di prove individuali e di gruppo. Tutte le analisi sono condotte secondo la matrice delle competenze digitali dell’osservatorio di Badenoch + Clark Executive. Infine, è previsto un percorso formativo digitale customizzato per ogni singolo professionista, così da aumentare le skills digitali di tutti i partecipanti, affinché ciascuno possa essere protagonista del cambiamento”. Il DRCU, spiega il manager, può essere rivolto alla prima o seconda linea aziendale, a una specifica famiglia professionale (team sales, team R&D, tutte le persone di un plant, team marketing, team finance, etc…) o all’intera popolazione aziendale.

In poche settimane, prosegue Campigli, le imprese “possono misurare la competenza digitale al loro interno, per ogni team e persona, identificare chi è in grado di guidare la trasformazione e chi ha bisogno di upskilling, disporre di dati reali per confrontare le proprie persone con il benchmark del mercato e non restare indietro”, mentre i dipendenti possono avere “una visione chiara delle proprie competenze e migliorarsi nell’organizzazione in cui lavorano”.

Il DRCU, racconta l’esperto di executive search, “nasce dall’analisi dell’attuale paradigma economico, dal confronto con il mercato e con i più consolidati clienti, e dallo studio dei paper più autorevoli sui trend del futuro”. Non solo le aziende, ma l’intero Paese, conclude Campigli, “stanno attraversando un momento cruciale in cui diviene fondamentale abilitare la digital readiness. Come Badenoch + Clark Executive intendiamo dare un supporto concreto agli imprenditori nella costruzione del proprio successo, fornendo uno strumento completo, fully remote e che beneficia (anche) della formazione finanziata, al fine di abilitare appunto la prontezza digitale dell’intera azienda. Perché solo così sono possibili il cambiamento e la crescita”.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di marzo 2021. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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