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Welfare, la risorsa dimenticata dei fondi pensione

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Il nuovo welfare può iniziare anche dalle scelte individuali. Specialmente se si tratta di previdenza complementare. È pur vero che la “previdenza complementare” è un’area di welfare integrato che stenta a decollare. Oggi più che mai, almeno nei grandi numeri: gli iscritti ai fondi pensione sono sì e no un terzo dei lavoratori attivi. E non tutti pagano le quote con puntualità. I fondi chiusi, quelli negoziali, sono i più “immobili”. Fondi aperti e Pip danno qualche segno di maggiore dinamicità. “In questo anno di pandemia l’adesione ai nostri due fondi pensione è cresciuta del 15%, complice forse la possibilità di sottoscrizione online che offriamo da tanto tempo, e forse anche perché le persone hanno avuto più tempo di pensare al proprio futuro” afferma con soddisfazione Nadia Vavassori, Head of Business Unit Pension Saving Funds di Amundi.

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Nadia Vavassori, Head of Business Unit Pension Saving Funds di Amundi.

 

Eppure il mercato nel suo complesso è fermo. È più ricca l’offerta (ci sono quasi 400 diversi fondi pensione in concorrenza) di quanto non sia attenta la domanda…

Perché parliamo di una competizione finta. Ci si sofferma a confrontare i prezzi, si criticano i costi di ingresso e di gestione e ci si dimentica di fare promozione culturale.

Come dire che non è il momento di guardare la fetta, ma di ingrandire la torta? Eppure I costi dei fondi aperti e dei Pip sono certamente più alti. Lo confermano i confronti che sviluppa Covip, l’authority di vigilanza sui fondi pensione.

Appunto. Fare promozione costa. Sviluppare consulenza costa. Noi raggiungiamo i lavoratori attraverso le reti professionali di distribuzione e anche direttamente. Però le devo dire che i clienti sono più attenti al servizio che non al piccolo o piccolissimo costo aggiuntivo. La crescita dei nostri due fondi pensione lo sta a dimostrare. Un totale di quasi 100mila adesioni, sommando i due fondi Amundi. E un rapporto tra contratti individuali e collettivi sempre più a favore dei primi. Se una ventina d’anni fa avevamo il 70% delle adesioni provenienti da accordi collettivi in azienda, oggi il 70% degli iscritti ha compiuto una scelta individuale, non mediata da accordi aziendali.

I lavoratori, nella stragrande maggioranza, preferiscono i buoni spesa o la sanità integrativa, piuttosto che l’adesione a un fondo pensione. C’è spazio per la previdenza complementare nei piani di welfare aziendale?

La previdenza complementare è un pezzo essenziale del welfare familiare. Nell’orizzonte di una corretta pianificazione dei propri investimenti ci vuole uno spazio dedicato al futuro non prossimo. E per pianificare occorre mettersi a tavolino, pensare, farsi consigliare, vagliare le proposte.

Ci vorrebbe una educazione finanziaria che in Italia ancora non c’è, o che comunque è ancora lontana dall’essere capace di accompagnare le scelte di investimento dei cittadini.

Verissimo. È una questione culturale. Ma anche per questo sarebbe utile che i protagonisti del mercato si muovessero insieme per fare promozione. I fondi chiusi negoziali avrebbero una possibilità forte di incidere, sono collegati al mondo delle aziende in maniera diretta, ma non possono contare solo sulla rete sindacale per fare promozione. I sindacati si occupano di tante cose. Ci vogliono iniziative mirate. Bisogna spiegare alle aziende le grandi opportunità della previdenza complementare. Nemmeno i consulenti del lavoro sono sempre pronti a farlo. Molti aspetti degli aumenti salariali, anche i semplici scatti di anzianità, potrebbero essere veicolati nella previdenza complementare.

Però di questi tempi si preferiscono i soldi contanti o altre forme di welfare più facilmente monetizzabile.

Dobbiamo prepararci a modificare le forme di compensation. La stessa questione del Tfr dovrebbe essere riproposta e incentivata. Convertire il Tfr in previdenza complementare conviene a tutti. Anche alle aziende, visto che all’orizzonte sembra ripartire l’inflazione. E poi, bisognerebbe spiegare che per alimentare un fondo pensione non bisogna per forza disporre/destinarvi grandi somme: per iniziare basta poco, specie se si comincia presto, da giovani.

Quindi educazione finanziaria, che è anche educazione al risparmio. Formazione nelle aziende, per cogliere le opportunità. Ma vogliamo parlare di Fisco?

Certo, c’è un tema fiscale da affrontare. Da anni chiediamo che venga rivisto, il plafond di 5164 euro di deducibilità. Troppo poco. È una soglia che non cambia da quando è stato introdotto l’euro. Dirò di più: dovremmo chiedere di togliere ogni plafond. E poi si dovrebbe rivedere la tassazione sui rendimenti rendendola più favorevole all’investimento previdenziale.

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