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11 settembre, il ricordo di Emma Bonino. “Non abbiamo imparato niente”

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Come tutti, anche Emma Bonino non può scordare dove fosse l’11 settembre di 20 anni fa. Su quei giorni e sulla guerra – anzi le guerre – che sono seguite, ha un’idea ben precisa che solo in parte ha a che fare con gli interessi economici in ballo. E ora, dopo il ritiro americano da Kabul, a preoccuparla sono gli accordi di Doha e il futuro delle donne afgane. Ma sopratutto si sente sconfortata per un motivo: “Non abbiamo imparato niente, soprattutto noi europei”.

Senatrice Bonino, ci racconta dov’era e cosa ha pensato quando ha visto le immagini degli aerei che si schiantavano sulle Torri gemelle?

Ero di passaggio a Roma, in particolare al partito, di ritorno dal Cairo dove stavo per andare a stabilirmi. Ricordo che a un certo punto Sergio Stanzani urlò ‘corri, vieni a vedere’. Mi ritrovai davanti a quelle immagini incredula. Stanzani insisteva che non fosse possibile, che doveva essere tutto falso, che bisognava cercare su altri canali. Rimasi come imbambolata per ore. Il giorno dopo sono ripartita per il Cairo dove ho vissuto cinque anni.

Dopo l’Afghanistan c’è stato l’Iraq. Si dice spesso che dietro le guerre in realtà ci siano ragioni economiche e lo si dice a maggior ragione quando si parla di questa area. Crede che sia una lettura corretta?

La guerra in Afghanistan, poi trasferita in Iraq, aveva l’obiettivo dichiarato di combattere il terrorismo. E anche se ci ripenso adesso, a me non pare che ciò che è successo lì abbia profonde radici economiche. Anche se è vero che l’Afghanistan è seduto su un mare d’oro e non solo per l’oppio che diventa eroina e morfina. Io non vedo tuttavia questa motivazione prevalente.

Neanche nel quadro di influenze che si sta determinando adesso dopo il ritiro, con il ruolo di Cina e Russia?

A me pare una questione di posizione geo-strategica e geo-politica. Poi, certo, sappiamo tutti che l’Afghanistan è ricco di materie rare come il litio, il rame e che non ha la tecnologia per estrarle. Questo è vero, ma a me pare comunque che lo scontro sia altro, ancora tra sciiti e sunniti.

Secondo lei come ne escono gli Stati Uniti dopo questa operazione di ritiro?

Tanto per riprendere un linguaggio moderato che è stato usato dal commissario Paolo Gentiloni, per gli Stati Uniti questa è una debacle. O per dirla con le parole del segretario della Nato, un disastro politico, diplomatico e militare. Questo è quello che penso anche io. Peraltro, studiando l’accordo di Doha, queste striminzite quattro paginette, mi sconcerto sempre di più. Da una parte c’erano gli americani e nostri alleati non meglio precisati, dall’altra i talebani con Khalizad, ma anche lì non si precisa molto. Questo non mi rassicura per niente, anche perché l’Afghanistan ha una struttura tribale tipo Libia, anche se lì non ci sono milizie ma clan e capi clan. Io spero che tutto ciò non sbocchi in una guerra civile.

Se per gli Usa si parla di debacle, per l’Europa possiamo parlare di evanescenza?

Tutte le volte torniamo lì. Non è da adesso che l’Europa è un gigante economico, un nano politico e un verme militare, tanto per riprendere la definizione di un mio amico ministro belga. In tutte le crisi torniamo sempre allo stesso punto: l’Europa non c’è. Non è che tutte le volte possiamo scoprire l’acqua calda. Noi non abbiamo una politica estera o di difesa e non l’abbiamo mai voluta. O cambiamo registro e finalmente apriamo gli occhi o la prossima crisi diremo la stessa cosa.

Tornando all’11 di settembre di 20 anni fa e a quello che è successo nelle scorse settimane, secondo lei gli Usa cosa hanno imparato?

A me basterebbe che avessimo imparato qualcosa noi, e non mi pare. Siamo rimasti con gli stessi strumenti di allora, non abbiamo fatto un passo avanti né sugli immigrati né in politica estera. Rimane il fatto che in questi 20 anni, seppure molto lentamente, le donne afgane alcuni diritti li avevano conquistati. E purtroppo sono già stati spazzati via in pochi giorni.

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