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Autotrasportatori e portuali, da eroi a sabotatori?

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Porto Trieste

Strana parabola, quella dei portuali, degli autotrasportatori e più in generale dei lavoratori della logistica. Davvero strana. Poco più di un anno fa sono stati celebrati – e a ragione – come eroi insieme a medici e infermieri.

Eroi che nella pandemia di Covid 19 non si sono mai fermati, rischiando in prima persona, ed è stato grazie al loro senso di responsabilità se le farmacie non sono mai rimaste senza farmaci, se i supermercati hanno continuato ad avere gli scaffali pieni e i distributori le cisterne rifornite di benzina e gasolio, se gli agricoltori hanno potuto far arrivare i loro prodotti sulle nostre tavole e sfamarci.

Finalmente, si sono detti i protagonisti del settore che vale il 9% del Pil, 90mila imprese e dà lavoro a un milione e mezzo di persone, il Paese, i cittadini hanno capito l’importanza della logistica, troppo a lungo snobbata, Cenerentola rispetto al prestigio di cui gode la manifattura. Ancora meglio la sua strategicità, il suo essere, come l’ha definita qualcuno “un servizio pubblico essenziale”.

Eppure, e sembra davvero un “destino cinico e baro”, oggi rischiano di essere l’ostacolo più ingombrante sulla strada della ripresa economica, che va preservata con cura e attenzione, nutrita e sostenuta per evitare di riprecipitare nel disastro della recessione.

Proprio perché nell’ultimo ventennio l’Italia si è dimostrata uno dei Paese più fragili dell’Unione Europea, con un’economia stagnante e un debito gigantesco, il governo ha scelto misure più stringenti come l’introduzione del green pass obbligatorio per i lavoratori, per evitare anche solo l’eventualità di dover richiudere le attività produttive. Per non interrompere una crescita che arriverà quest’anno al 6%.

Davvero, portuali e autotrasportatori vogliono bloccare i porti e le strade, riconfermando all’estero l’immagine stereotipata di un’Italia inaffidabile e da evitare? Meglio scegliere altri approdi europei, come ha fatto la carovana della Formula Uno che per il Gran Premio di Turchia è passata da Trieste all’andata e da Marsiglia al ritorno. Davvero, vogliono mandare in crisi Trieste e Genova, che si sono conquistati a fatica il ruolo di porta di ingresso Sud del continente? Davvero vogliono far mancare i rifornimenti alimentari ai negozi?

Cosa si nasconde dietro le minacce e la tracotanza di queste ore? È solo un problema di tamponi da pagare o c’è dell’altro?

Magari rivendicazioni sottotraccia e che nulla hanno a che fare con l’obbligo di test se non si è vaccinati? Per esempio, la difficoltà dell’autotrasporto a fronteggiare l’aumento del prezzo della benzina, o la precarietà di certi ingaggi nella logistica? O ancora, c’è chi, nell’ombra, soffia sul fuoco, per interessi politici non dichiarati, anche in vista dei ballottaggi di domenica? Qualcun altro a cui prudono le mani dopo mesi relegati in casa?

Ancora, siamo di fronte solo una minoranza rumorosa che ha trovato nei media un megafono, e la protesta finirà per spegnersi rapidamente, o alla punta dell’iceberg di un malessere più profondo ed esteso?

Forse, al governo, qualcuno avrebbe dovuto avvertire cosa stava per scatenarsi e tentare di correre ai ripari, convocare la categoria, ascoltarla, immaginare soluzioni di compromesso per scongiurare blocchi e scioperi, senza venir meno alla linea del rigore. O forse non sarebbe cambiato nulla.

Perché è difficile, davvero difficile comprendere cosa motivi la tensione e la violenza che aleggiano nell’aria, come si arrivi all’irrilevanza delle evidenze scientifiche e sanitarie. Ma siano consapevoli portuali, autotrasportatori, lavoratori della logistica, minoranza o no che siano, che se continuano su questa strada, da eroi a sabotatori della ripresa economica è un passo.

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