Einstein e la questione meridionale

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Secondo Einstein la follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Gli argomenti usati nel periodico riaccendersi della discussione intorno alla questione meridionale e al mancato sviluppo del nostro Mezzogiorno hanno il sapore di quella follia.

CHE SI PARLI del Piano di ripresa e resilienza, dei documenti programmatici di finanza pubblica, della legge di Bilancio, la questione sollevata è sempre la medesima: non si spende abbastanza nel Sud, occorrerebbe spendere di più al Sud.

MA È ESATTAMENTE quel che si fa da 70 anni. Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Misurato in termini di prodotto per abitante, il divario tra Mezzogiorno e Centro-Nord è oggi più o meno allo stesso livello di 70 anni fa. Molti soldi sono andati al Sud attraverso i meccanismi di aiuto e la spesa per infrastrutture. Ciò ha reso possibile nel Mezzogiorno un rapporto tra investimenti e prodotto decisamente maggiore che nel resto del Paese. Purtroppo senza condurre a una riduzione del divario di sviluppo. La Banca d’Italia ha calcolato che se l’efficienza degli investimenti al Sud fosse stata pari a quella del centro-Nord il divario si sarebbe chiuso già negli anni ‘70.

L’ALTRO CANALE ATTRAVERSO il quale sono state trasferite risorse è meno visibile, ma in fondo è banale: il prelievo fiscale è proporzionato al prodotto e il Sud, che produce di meno, paga di meno. La spesa è invece proporzionata agli abitanti. Come risultato di questo banale, e inevitabile, meccanismo, secondo quanto calcolato dalla Banca d’Italia la spesa pubblica è pari al 40% del prodotto nel Centro-Nord, al 65% nel Sud, con punte di oltre l’80% in Calabria. Grazie all’operare di questo meccanismo di trasferimento, da anni il Sud si può permettere un livello di consumo che eccede il suo prodotto; cosa più unica che rara nel mondo. Si potrebbe continuare, ma questa semplice evidenza dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che il problema del Sud non lo si risolve continuando a spendere soldi pubblici.

È NECESSARIO PROVARE a misurarsi con problemi più complessi, che non possono essere affrontati solo con una posta in più da iscrivere nella legge di bilancio.

A partire dalla questione del “capitale umano”. Tirando la testa fuori dalla sabbia, non si può più far finta di non vedere che la scuola – ricordiamolo, un quasi-monopolio pubblico – produce al Sud risultati pessimi, nel confronto con il resto d’Italia e con il resto del mondo sviluppato. Il che non vuol dire che non esistano eccezioni, ma la media è questa. È un risultato contro-intuitivo. Lo stipendio degli insegnanti è uguale in tutta Italia. Quindi è comparativamente più alto al Sud, dove il costo della vita è minore e il reddito medio delle persone più basso. La scuola al Sud dovrebbe così essere in grado di attrarre insegnanti migliori. I giovani al Sud hanno minori opportunità di lavoro; la differenza tra una buona e una cattiva istruzione più probabilmente che altrove può voler dire essere in grado di garantirsi un buon lavoro o no. La motivazione degli studenti al Sud dovrebbe essere maggiore.

Invece i risultati sono quelli che sono. Ecco un tema del quale discutere seriamente, piuttosto che continuare a cincischiare con le poste del bilancio pubblico e del Pnrr.

BISOGNA DISCUTERNE con umiltà, riconoscendo che nessuno ha la verità in tasca e che nessuno conosce con precisione la causa di questo disastro. Serve dunque il coraggio di sperimentare. Nel mondo e nella letteratura esistono diverse proposte volte a ridurre il peso del quasi-monopolio pubblico nell’istruzione: dalle charter school statunitensi al meccanismo dei vaucher proposto a suo tempo da Milton Friedman.

È il caso di provare. Proprio a partire dal Sud, ove il problema dell’istruzione pubblica è più grave. Scegliendo singole realtà nelle quali le amministrazioni e le comunità locali abbiano più voglia di mettersi in gioco. Consentendo a chi sperimenta anche di allontanarsi dal modello “vestito a taglia unica per tutti” su cui il nostro sistema scolastico basa la sua articolazione per materie e per cicli nonché la sua organizzazione didattica.

PROBABILMENTE si continuerà a far finta che questa evidenza non esista; i professionisti della questione meridionale, i rappresentanti politici e le “parti sociali” del Sud continueranno in ogni occasione utile a chiedere che si spendano più soldi. Purtroppo, facendo sempre la stessa cosa si otterrà lo stesso risultato. Il divario non diminuirà. Si può solo sperare che non torni ad aumentare, come sembra voler fare nel primo ventennio di questo secolo.

 

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