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AAA autisti cercasi: il grosso problema delle supply chain

tir autisti supply chain

Non solo in Gran Bretagna per l’effetto Brexit combinato alla pandemia Covid, il problema è globale. Mancano 30mila autisti in Germania, 40mila in Francia, 35mila in Polonia. L’Italia non fa differenza. La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre 2021.

Il problema della mancanza di autisti di Tir non è limitato solo alla Gran Bretagna a causa dell’effetto combinato della Brexit e della pandemia di Covid. Si tratta di una questione globale. In Germania mancano 30.000 autisti, in Francia 40.000, e in Polonia 35.000. Anche l’Italia non fa eccezione. La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Fortune Italia nel novembre 2021.

Giuseppina Della Pepa, segretario generale di Anita, l’associazione delle imprese dell’autotrasporto che aderisce a Confindustria spiega: “Non è un problema dell’oggi, il settore lamenta una carenza di autisti che possiamo quantificare tra i 17mila e i 20mila. Basta consultare le statistiche degli esami per il conseguimento delle patenti di guida C per i camion ed E per autoarticolati, rimorchi e autotreni, per constatare il crollo e la disaffezione per questo mestiere. Nel 2009 i promossi erano 93.587 per la C e 47.670 per la E, nel 2019, anno non toccato dal Covid-19, il conteggio si ferma a 31.427 per la C e 22.456 per la E. Il motivo è semplice: dal 2009 è entrata in vigore la Carta di qualificazione conducente e da allora sono lievitati i costi per i titoli necessari a guidare un veicolo industriale”.

Il problema rischia di aggravarsi con la ripresa post-pandemia. “Improvvisamente la domanda di trasporto, con un Pil previsto a +6%, è molto aumentata – spiega Della Pepa – mentre negli anni scorsi abbiamo vissuto una fase di stagnazione e le aziende sono riuscite a gestire la situazione con il personale che avevano. L’emergenza al momento è agli inizi, finora abbiamo attinto al bacino di autisti dall’Est e al di fuori della Ue. Però ogni Paese ora tende a tenersi stretti i suoi. La Serbia, per esempio, non ha più rinnovato l’accordo di reciprocità per le patenti con l’Italia, mentre risulta che Germania e Polonia abbiano attivato protocolli con Paesi extra Ue, come ad esempio l’Ucraina”.

La situazione è stata aggravata dal Covid, che ha reso le condizioni di lavoro ancora più difficili, specialmente per i lunghi viaggi internazionali, e ha amplificato problemi preesistenti come la mancanza di aree di sosta e riposo lungo le principali arterie stradali italiane, i ritardi nelle operazioni di carico e scarico delle merci, soprattutto nella grande distribuzione, e i blocchi nel nodo di Genova. “Durante il lockdown erano addirittura chiusi gli autogrill – sottolinea il segretario di Anita – Il virus ha scatenato la tempesta perfetta rendendo ancora meno appetibile un mestiere che da tempo i giovani non vogliono più fare: l’età media degli autisti italiani è infatti sui 54 anni e non c’è un ricambio generazionale adeguato a coprire le tante uscite previste”. “È vero, è stressante, ma la sera si torna a casa”.

Un altro fattore che ha contribuito è l’abolizione del servizio di leva obbligatorio per i maschi a partire dal 2005. Russo chiarisce: “All’appello mancano circa 10 milioni di patenti abilitanti alla guida dei camion che i giovani avrebbero potuto conseguire durante il servizio militare, come avveniva in passato”.

Quali soluzioni possono essere adottate? Secondo Giuseppina Della Pepa, “Bisogna rendere di nuovo attrattivo questo lavoro – risponde Della Pepa – spiegare, come faremo nella nostra assemblea il 30 novembre, che la rivoluzione in arrivo porterà all’evoluzione dell’intero sistema della logistica e a una maggiore collaborazione all’interno della filiera. Le transizioni, digitale e ambientale, cambiano le carte in tavola: il profilo professionale dell’autista si evolve, si arricchisce di nuove competenze anche tecnologiche”.

Il dirigente poi spiega: “Anni fa un autista guadagnava il triplo rispetto a un operaio, adesso il divario si è molto ridotto con la concorrenza dei Paesi dell’Est – replica la dirigente di Anita – Non credo però che aumentare la retribuzione sia risolutivo, le aziende rischiano di andare fuori mercato. Vanno abbattuti gli oneri sociali, per esempio con l’introduzione di un registro internazionale per gli autisti come quello dei marittimi, che consenta la decontribuzione e quindi la riduzione del costo del lavoro, adeguando la quota esente delle indennità di trasferta per i viaggi internazionali”.

Dello stesso parere anche il direttore di Confetra : “Inutile puntare sull’aumento degli stipendi chi guida sugli internazionali guadagna già 3mila euro al mese, come un quadro dell’Alenia. Non è questo il problema: il maschio caucasico bianco di 40-45 anni non vuole più fare il camionista, stare fuori casa per dieci giorni, condividere la cabina con un estraneo visti i tempi di guida e di riposo. Preferisce guadagnare la metà e fare le consegne dell’e-commerce”.

Stefano Malorgio, segretario generale della Filt Cgil, il sindacato di categoria dei trasporti e della logistica, ha un parere diverso: “La questione è complicata, non esistono soluzioni di breve periodo. Per rendere più attrattiva la guida si potrebbe creare uno spazio ad hoc all’interno del contratto nazionale della logistica, valorizzando gli autisti, in particolare per i percorsi internazionali. La vera sfida però è un’altra: è la dimensione delle nostre imprese, troppo piccola, non regge più. Occorre sostenere le aggregazioni, anche tra le associazioni, oggi troppo frantumate”.

Una soluzione più drastica è stata proposta da Ivano Russo: “L’unica strada è copiare la Germania che recluta all’estero. Le nostre scuole guida dovrebbero andare in Nigeria, in Senegal, nelle Filippine, lì formare mille autisti l’anno per cinque anni, farli diventare poi migranti regolari con ricongiunzioni famigliari. Oppure ingaggiare coppie di marito e moglie in Sud America, per condividere la vita sul camion”.

Un aiuto aggiuntivo potrebbe derivare dalla creazione di una filiera formativa per la logistica, settore che in generale fatica a trovare le figure professionali necessarie per lo sviluppo. Scuole professionali, istituti tecnici che prevedano il conseguimento della patente C e del Cqc all’ultimo anno, Istituti tecnici superiori (ITS) e corsi di laurea specifici potrebbero essere parte di un percorso scolastico su misura. “La rivoluzione della logistica riguarda tutti i settori, dalla guida al magazzino alla dogana: un percorso scolastico disegnato su misura sarebbe il benvenuto”, conclude Giuseppina Della Pepa.

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre 2021. Ci si può abbonare al magazine di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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