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Welfare, Guzzetta: Ha bisogno dell’impegno del Terzo settore

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E’ probabilmente l’apostolo più autorevole del Terzo Settore in Italia. Giuseppe Guzzetti, 87 anni portati con esuberanza, dopo una vita trascorsa tra banche e politica si è intestato uno scopo ulteriore, quello di incardinare il ruolo dinamico e “istituzionale” del Terzo Settore. “La Corte Costituzionale ha ormai stabilito che le attività di welfare non sono più un’esclusiva dello Stato – comincia Guzzetti – e ormai tra Stato e mercato il mondo che va dalle cooperative sociali alle Fondazioni ha assunto un peso irrinunciabile per i servizi di protezione sociale”.

“Non si può più nemmeno parlare di sussidiarietà – continua Guzzetti – ormai il Terzo Settore svolge un compito di supplenza per quello che lo Stato non riesce più a fare e dove il mercato tradizionale non ritiene di poter trovare soddisfacente redditività”. Ci sono in Italia 400mila enti di varia natura giuridica e amministrativa che operano nel sociale, che possono contare su 5,5 milioni di volontari permanenti e che producono beni e servizi per un valore stimato in 80 miliardi.

“Si moltiplicano i soggetti che nel nostro Paese di associano per scopi solidaristici” aggiunge Guzzetti perseguendo obiettivi non profittevoli e a volte anche profit. Il mondo del Terzo Settore comprende anche il cosiddetto “privato sociale”, che si compone di soggetti che svolgono un’attività in cui il profitto è uno degli obiettivi statutari. Le cooperative sociali sono imprese che in qualche modo hanno occupato lo spazio contiguo a quello che oggi cresce nelle cosiddette “società benefit”, dove l’obiettivo del profitto si accompagna una dichiarata volontà di perseguire un positivo impatto sociale.

“Anche nella stesura del Pnrr è stato riconosciuto definitivamente il ruolo del Terzo Settore – aggiunge Guzzetti – nella missione 5, intitolata a Coesione e Inclusione, dove l’aggettivo sociale è rimasto nella penna di chi ha scritto il piano”. Un’attenzione che si traduce in poche risorse, ma è un inizio.

Giuseppe Guzzetti fa parte dell’Advisory Board che da tre anni compila il Rapporto “Welfare, Italia”, coordinato da The European House Ambrosetti e promosso da Unipol.

“Oltre ai temi aperti connessi al progressivo invecchiamento della popolazione e alla ridotta valorizzazione del lavoro come strumento a sostegno del welfare – si legge nel Rapporto – l’Italia è chiamata ad affrontare anche le rilevanti disuguaglianze sociali del Paese, osservabili lungo diverse dimensioni. Il Paese deve rispondere alla domanda di bisogni sociali garantendo una sempre maggiore tutela a tutti i cittadini (italiani e non), promuovendo la coesione sociale e una crescita economica inclusiva. All’interno del presente paragrafo, sono analizzati 3 macro-temi: la povertà economica, la sua declinazione come povertà educativa minorile, e i livelli di protezione dei servizi territoriali”.

La pandemia si è inserita in una situazione già particolarmente critica per l’Italia e per alcuni fruitori di welfare, “in primis giovani, stranieri, e residenti del Mezzogiorno. Analizzando per esempio l’andamento storico della povertà assoluta a livello individuale – continua il Rapporto – se nel 2005 la fascia di individui con meno di 17 anni registrava un’incidenza della povertà assoluta pari a 3,9%, negli anni successivi si è verificato un aumento di 9,6 punti percentuali, che la rende ora la categoria più vulnerabile. L’unica fascia di età che in questo periodo sembra non aver subito un impatto così rilevante è quella dai 65 anni in su (che nel 2005 era quella più esposta alla povertà), in cui l’incidenza è aumentata di 0,9 punti percentuali”.

Guzzetti si è intestato da anni una sfida contro la povertà educativa minorile. “Come affermato dall’Osservatorio Con i Bambini, promosso da Openpolis e Con i Bambini, la povertà educativa minorile è un fenomeno multidimensionale, frutto del contesto economico, sociale, familiare in cui vivono i minori, e che non riguarda solo la dimensione economica, ma anche quella emotiva, sociale e relazionale”. In questa prospettiva, oltre alla povertà economica, l’abbandono scolastico rappresenta un esempio emblematico di un diritto alla scelta che è stato compromesso. Analizzando nel dettaglio i dati sulla dispersione scolastica, emergono ampie differenze rispetto alla media nazionale (13,5%): per esempio, i giovani di cittadinanza straniera hanno una probabilità del 36,5% di abbandonare prematuramente gli studi, oltre 3 volte superiore rispetto a un giovane italiano (11,3%); allo stesso tempo, emergono differenze rilevanti anche a livello territoriale, con un tasso di abbandono pari al 18,2% nelle Regioni del Mezzogiorno, ovvero 7,7 punti percentuali in più del Nord (10,5%).

Guzzetti conclude citando Gianni Rodari: “Il pianto di un bambino per un capriccio è leggero come il vento; il pianto di un bambino per fame è più pesante di tutta la terra”.

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